MIME-Version: 1.0 Content-Location: file:///C:/48F3B229/igaribaldini.htm Content-Transfer-Encoding: quoted-printable Content-Type: text/html; charset="us-ascii" MONS

MONS. AUGUSTO GIUSTINIANI

 

I GARIBALDINI

A SUBIACO

 

 

Nella Campa= gna dell'Agro Romano

1867

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(Racconto Storico)

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SUBIACO

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TIPOGRAFIA = DEI MONASTERI

1931

 

 

 

INTRODUZIONE

Nella difficolt&agrav= e; di ripubblicare per intero il testo de "I GARIBALDINI A SUBIACO" scr= itto da Augusto Giustiniani nel 1931, ne pubblichiam= o il capitolo IV, che è come il cuore dei fatti drammatici che si svolser= o in Subiaco l'11 ottobre 1867.

D= iamo però la trascrizione = dei sottotitoli degli altri capitoli del libro, che rappresentano l'antefatto e= le conseguenze polemiche, dopo lo scontro armato in cui perse la vita il conte Emilio Blenio, con altri garibaldini.

Come Augusto Giustiniani scrisse il suo libro perché restas= se integra la memoria dei fatti nella loro luce più giusta, la pubblicazione del capitolo IV è ora necessaria per:<= /o:p>

 

n= on far disperdere la memoria del libro stesso=

f= ar divenire popolari i fatti e il racconto della v= icenda garibaldina nella Valle dell'Aniene;=

i= mpegnare molti sublacensi di oggi nella rappresentazione teatrale dei fatti dell' 11 ottobre 1867, riacquisiti finalmente alla tradizione storica locale.

 

Buona lettura a tutti= i Sublacensi e Aniensi.

 

 

Università Pop= olare di Subiaco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO IV=

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SUBIACO NEL 1867 - ROCCA ABBAZIALE - MONS. VESCOVO FILIPPO MANETTI - RICOSTRUZIONE DEL PIANO DEL CAPITANO BLENIO E DEL= DE GIORGIO PER L'INVASIONE DI SUBIACO - IL TENENTE ZUAVO DESCLÈE PARTE = CON LA SUA TRUPPA ALLA= VOLTA DI CERVARA E DI CAMERATA - I GAMBERICOTTI, I BRIGANTI E IL POSSIDENTE NAZZA= RENO GIAMMEI - FRANCESCO ARQUATI - LA COLONNA GARIBALDINA SCENDE DAL MONTE TORO ED ENTRA IN CITTA - I PONTIFICI FANNO FUOCO DALLE MURA DELLA ROCCA - DUE GARIBALDINI FERITI - IL TENENTE GARIBALDINO DEANGELIS E LO STUDENTE DI MEDI= CINA PIETRO LOLLOBRIGIDA DI SUBIACO - IL BLENIO TRATTA COL GOVERNATORE MARINI E COL VESCOVO MANETTI PER LA RESA E CONSEGNA DEL= LA ROCCA ABBAZIALE - LA COLONNA GARIBALDINA ANTINORI - L'ANTINORI E MONS. D. BENEDETTO SPILA SUBLACENSE - IL GONFALONIERE RINALDO MORASCHI E IL CAV. BIAGIO TOCCI - IL DESCLÈE RIENTRA IN CITTÀ CON LA SUA TRUPPA, E SANGUINOSO CONFLITTO NELLA PIAZZA DEL GOVERNO TRA GARIBALDINI E PAPALINI - = IL BLENIO CADE MORTALMENTE FERITO E, POCO DOPO, MUORE TRAGICAMENTE - UCCISONE = DI DUE SUOI COMPAGNI D'ARME - IL TENENTE ZUAVO DESCLÈE FERITO, CITTADINI MORTI O FERITI, IL MORASCHI SALVO PER MIRACOLO - CONTEGNO DELLA POPOLAZIONE DOPO IL CONFLITTO.

 

 

 

Fin dal principio di questo capitolo sentiamo il bisog= no di dire, innanzi tutto, qualcosa di Subiaco. Non ne faremo particolareggiata descrizione, ma, riportandoci ai tempi, dei quali parliamo, ne diremo solo = quel tanto, che ha stretta attinenza coi fatti che vi= si svolsero il dì 11 ottobre 1867.

Subiaco, l'antica suhlaqueum, è tutta addossata= ad una collina, che s'aderge nel fondo di una non troppo vasta conca, bagnata dall'Aniene e chiusa da un aprte dai monti simbruini<= /p>

Calvo, Toro, Taleo, Acquaviva, Fr= ancollano, Affilano, contrafforti dell'Appennino e da amene colline, popolate di case,= di oliveti e di vigneti.

Sullo scoglio, che si leva a picco nel mezzo della cittadina, sorge la maestosa Rocca o Castello Abbaziale con tre ordini di m= ura. Essa, propriamente parlando, non è una fortezza con bastioni e fossi= , ma una specie di maniero all'antica, che può offrire però sicuro rifugio a chi vi si asserraglia. Si vuole fosse stata edificata sul finire del secolo undicesimo= da Giovanni V abate di S. Scolastica, per dimora e difesa sua e de' suoi successori.

La = Rocca più di una volta assalita, saccheggiata e messa a fuoco nei tempi andati, venne sempre restaurata e restituita all'antico splendore.

Nel 1476 la risarcì il Cardinale Rodrigo Borgia= , che fu poi Alessandro VI, con ]'aggiunta di una torre, munita di cannoni, che d= al nome della sua gente fu detta Torre Borgiana.

Demolita quasi per metà nel 1526 dalle soldates= che di Clemente VII, la Rocca fu riedificata da Francesco Colonna nel 1557. Caduta poi per vetustà= , fu restaurata da Pio VI nel 1779. Egli riunì tutte le fabbriche in un s= ol corpo, aggiungendo altri appartamenti al palazzo, senza che però la Rocca Abbaziale perdesse l'antica sua forma.

Subiaco, al tempo del nostro racconto, era una cittadi= na di provincia, sprovvista di tutto ciò che è<= /span> portato della moderna civiltà. Non era neppure condotta completamente a termine quella via, che dal monumentale arco, eret= to dai sublacensi in onore di Pio VI, insigne loro benefattore, sbocca,= col nome ora di Cadorna, sulla piazza di S. Andrea. Quivi essa si ricongiunge all'altra che scende sulla piazza del Campo, ora dell'indipendenza e proseg= ue poi fino alle case del Colle a formare il sobborgo di S. Martino col nome d= i via Papa

Braschi. Questa seconda vi= a, detta già Nuova o Gregoriana, ora invece Cavour, mette Subiaco in facile comunicazione con la provincia di Frosinone.

Dalla stessa piazza di S. Andrea, ove si ammirano le colossali fabbriche della chiesa omonima e del seminario, parte pure l'angu= sta e tortuosa via degli Opifici, la quale, incassata tra le più vetuste abitazione della città, mette capo alla nominata piazza del Campo.

Però piace a noi in modo speciale indicare al l= ettore la piccola piazza chiamata allora del Governo, poi del Municipio ed ora Emi= lio Blenio, essendo stata essa il teatro dello scontro

avvenuto tra pontifici e garibaldini il dì 11 ottobre 1867. In questa piazza sorge, assieme ad = altri casamenti che le danno una forma quadrata, il palazzo municipale, allora del Governo, il quale, oltre le carceri, gli uffici comunali, sala per le adunanze e archivio, comprendeva anche la residenza del Governatore = e la caserma del corpo di guardia pontificia.

Due vie, cui riescono tortuosi vicoli, conducono a que= sta piazza, e cioè quella delle Monache, ora = Solferino, che tutta a scalini scende dalla piazza de= lla Valle, e quella degli Angolini, ora Garibaldi, = che dopo di aver immesso nella piazza medesima e nell'altra attigua della Fontanella, prosegue con lo stesso nome e va a terminare alla piazzetta Luc= idi.

Subiaco, nel tempo del nostro racconto, aveva per Amministratore Apostolico il Vescovo Mons. D. F= ilippo Manetti. Di questo esimio prelato, che non occupa certo un posto secondario nei fatti che siamo per narrare, non possiamo qui dispensarci a tessere una breve biografia.

Il Manetti apparteneva ad un'agiata famiglia di Ronciglione. Finito ch'ebbe i suoi studi di teologia e di diritto in Roma, rimase colà per alcuni anni, prima ccme bibliotecario ed aio della famiglia del principe Marcantonio Borghese; poi in qualità di arciprete della chiesa di S. Maria di Monte San= to al Popolo, di patronato della stessa famiglia.

Nel febbraio 1867, consacrato Vescovo Titolare di Trip= oli, fu nominato Amministratore Apostolico di Subiaco, ove si recò il 20 marzo, preceduto da ottima fama. Per le sue eccellenti doti di mente e di c= uore si accattivò ben presto la stima e la benevolenza dei sublacensi.

Ogni mattina dalla Rocca scendeva alla casa vicariale = o al seminario per il disbrigo degli affari della Badia, da lui trattati con prontezza e diligenza.

L'educazione civile e religiosa della gioventù, massime di quella appartenente alle famiglie mig= liori della città, formava una delle sue cure principali.

Commendevoli sono i tratti generosi della sua carit&ag= rave;, dei quali si ha tuttora in Subiaco un dolce ricordo.

Duranti l'invasione del colera nel 1867, Mons. Manetti, non contento di accorrere al letto dei colerosi della città, si recò pure in tutti i paesi della Badia, attaccati d= alla fiera pestilenza, ed ovunque largì soccorsi ed infuse coraggio. in questa occasi= one sola mostrò lo spirito di carità di cui era acceso; chè nella carestia del 1869, non tanto col dan= aro della Mensa, quanto col proprio peculio soccorse ai miseri, facendo acquist= o di circa un centinaio di rubbie di frumento, che v= enne venduto a bassissimo prezzo. Pagò inoltre alle t= re farmacie tutti i medicinali somministrati ai poveri negli anni 1868-= 69, e fece distribuire ai medesimi, per parecchie centinaia di lire, vestiari, pagliericci, lenzuola, scarpe ecc.

Perchè non mancasse = lavoro agli operai, oltre a £. 900 per la sistemazione della piazza di S. Andrea, somministrò al municipio £. 3500 p= er la costruzione dei muri di cinta del camposanto.

La benemerita associazione delle Signore della citt&ag= rave;, dette Sorelle della Carità, si ebbe da lui nuovo impulso e vigore a vantaggio dei poveri infermi.

La prudenza, la rettitudine, l'equità erano le regolatrici di tutte le sue azioni. Di animo veramente nobile e generoso, trattava tutti indistintamente con grande affabilità, sempre pronto a beneficare an= che chi gli avesse potuto nuocere.

Quale fosse la condotta di quest'= uomo veramente apostolico nel breve tempo dell'invasione garibaldina sull'alto <= span class=3DSpellE>Aniene,

il lettore potrà giu= dicare nel seguito del nostro racconto, di cui ora riprendiamo il filo.

Che la colonna del capitano Blenio= avesse per obiettivo l'invasione di Subiaco per poi, forse, passare a Tivoli e ricongiungersi col grosso dell'esercito garibaldino, è una cosa che, secondo il nostro modo di vedere, non ammette alcun dubbio, per quanto da a= ltri si possa pensare in contrario. Per convincersene, basterebbe solo leggere l'opuscolo del De Giorgio, da noi più vo= lte citato, il quale - si noti bene - ha per titolo "La spedizione = Marsicana sulla città di Subiaco". Orbene= , chi volesse dire che il Blenio si accingesse a raggi= ungere quell'obiettivo così, senza un piano seriamente stabilito, non asserirebbe cosa quanto strana, altrettanto insen= sata e per ciò stesso affatto inammissibile? Noi non abbiamo interesse di sapere se questo piano venisse tracciato prima d= ella partenza della colonna garibaldina dalla Marsica o durante la marcia sulla montagne: insistiamo solo nel dire che un piano ci doveva essere necessariamente; anzi a noi, per quella parte almeno che riguarda direttame= nte l'assalto di Subiaco, non sembra difficile poterlo ricostruire dalle stesse mosse strategiche del Blenio sulle nostre montagne.

Ed infatti, come altrove ab= biamo accennato, era intendimento del Blenio di condurre ad effetto l'improvviso colpo di mano sulla città nell'assenza della guarnigione pontificia.= E' per questo che egli dalle macchie di = Camposecco si diresse a Camerata Vecchia, da questa scese a Camerata Nuova; poi si spi= nse fino a Cervara più prossima a Subiaco; d= a Cervara, con rapida contromarcia, fece ritorno a Came= rata Nuova e quindi risalì la prateria di Camposecco= sempre con l'intendimento d'impressionare i pontifici e spingerli a lasciare Subiaco, e a recarsi sulla montagna in traccia dei garibaldini.

Da queste mosse del Blenio noi siamo indotti a ritener= e che il suo piano d'invasione sulla città fosse basato su tre supposizioni o casi, se vogliamo così chiamarli, che si dovevano sempre tenere presenti per renderne più spedita e meno pericolosa l'attuazione. Vale a dire: la truppa pontificia, che si sarebbe recata sulla montagna alla caccia dei garibaldini, o avrebbe preso la via d= i Livata, o quella di Cervara, o ambedue insieme, divise in due colonne.

Nel primo caso, dai monti di Cerv= ara i garibaldini dovevano scendere, con le dovute precauzioni, nel casamento d= ella Maddalena, ora ridotto a studio di pittura dal prof. W= elman, e di là, piegando a sinistra e tenendosi possibilmente sempre alle f= alde della montagna, raggiungere la via dei Cappuccini, che = mena direttamente sulla piazzetta della Valle dominante la città.

Nel secondo caso, invece, qualora = cioè la truppa pontificia si fosse messa per le strade di C= ervara, risalire la montagna di Camerata, ricalcare le contrade di Camposecco, raggiungere Livata, e di là scendere a Subiaco.

Nel terzo caso infine - molto probabile, perchè= i pontifici avessero potuto prendere in mezzo la colonna garibaldina - marcia= re a sinistra della prateria di Camposecco e prender= e la volta dei monti di S. Donato, dai quali è breve la discesa alla città.

Qualunque fosse però= il caso, i garibaldini del Blenio, attenendosi all'itinerario tracciato, dovev= ano sempre, meno circostanze impreviste, piombare improvvisamente sopra Subiaco= e innanzi tutto impadronirsi possibilmente della Rocca Abbaziale. Lasciata poi una mano di volontari a custodia della medesima, scendere sulla piazza del Governo, abbassare gli stemmi papali e proclamare= il governo provvisorio. Dopo ciò, fortificar= si nella Rocca stessa, sollecitare la marcia della colonna Antinori ed aspetta= re gli eventi.

Ma questo disegno, per quan= to sagace possa sembrare, non riuscì completamente.

Il Blenio dovette attaccarsi al terzo caso del suo pia= no d'invasione, specialmente dopo le notizie da lui appres= e dalla lettera sequestrata a Cervara allo squadrigliere travestito. Stando = infatti al contenuto di quella lettera, la truppa pontificia era realmente uscita da Subiaco in perlustrazione sulla montagna per incontrare i garibaldini. Essa= però non era la

colonna capitanata dal tene= nte Desclèe, la quale fece la sua sortita la mattina del 10, sibbene forti pattuglie, una delle quali si spinse fi= no al di sopra del casamento della Maddalena. Esse

furono fatte uscire la matt= ina dell'8 ottobre in varie direzioni e con la consegna di non attaccare serio combattimento col nemico, ma semplicemente constatarne la presenza ed il numero, e la sera stessa rientrare in città.

Quindi è che il Blenio, sicuro che i pontifici = si erano messi in marcia alla volta della montagna, ma du= bbioso che essi, divisi in due punte, avessero potuto prendere contemporaneamente = e la strada di Livata e quella di Cervara per chiuderlo così tra due fuochi, cambiò in un momento il suo piano d'invasione, ordinando, come altrove fu accennato, una rapida contromarcia. La sua colonna lasciò immediatamente Cervara, rientrò a Camerata Nuova, ove passò la notte, e la mattina de= l 10 risalì a Camerata Vecchia, s'inselvò di nuovo fra le macchie, e nella sera dello stesso giorno faceva sosta nella prateria di Camposecco, nel baraccone di paglia= , che serviva di ricovero ai pastori.

Questa contromarcia permise al Blenio di evitare il 10= uno scontro con la truppa del Desclèe sulla strada o nelle adiacenze di = Cervara o di Camerata, e nello stesso tempo lo mise in salvo da un possibile aggiramento, che poteva tagliargli il passo e la riti= rata verso i monti di frontiera. Andate così a vuoto le prime due ipotesi= del piano d'attacco, il capitano Blenio, come vedremo , giunto a Camposecco pensò bene di prende= re la direzione dei monti di S. Donato, che prospettano Subiaco.

Intanto le pattuglie pontificie, che la mattina dell'8= erano uscite di città in perlustrazione, la ste= ssa sera rientrarono in quartiere senza poter dire di avere incontrato ombra di camicie rosse. Solamente quella che aveva battuto la strada di Cervara e si era spinta al di l&a= grave; del casamento della Maddalena, aveva potuto raccogliere e riferire la certa notizia, che veramente sulla montagna si aggirava una colonna di Garibaldini, i quali avevano già invaso Camerata Nuova e Cervara.

Dietro questo rapporto, il tenente Desclèe e il governatore a Marini, nella sera del 9 tennero consiglio in proposito e risolsero che la truppa, con a capo lo stesso Desclèe si spingesse sino a Cervara e Ca= merata per accettarsi de visu dello stato dell'invasio= ne e del numero dei garibaldini, desse loro possibilmente una rotta e rientrasse subito a presidio della città.

Il Desclèe ripartì il giorno 10 verso le= 7 antimeridiane, conducendo seco tutti i suoi zuav= i, circa 60, con 25 squadriglieri e alcuni gendarm= i, posti, questi ultimi, agli ordini del maresciallo Luigi Marella. Per qualun= que evenienza però aveva lasciato, al comando del maresciallo Gelmi Antonio e del brigadiere N= epi Celestino, il resto del presidio, circa 20 militi tra gendarmi e squadriglieri, con ordine di far fronte al nemico e, = in caso di pericolo, rinchiudersi nella Rocca Abbaziale e sostenervisi fino al suo ritorno, che sarebbe avvenuto la ste= ssa sera del 10.

La colonna pontificia, forte di oltre 90 uomini, giunt= a a Cervara, non vi trovò affa= tto garibaldini. Da informazioni però assunte si pot= é sapere con certezza che essi sommavano ad una trentina ed erano capitanati = da un certo Emilio Blenio di Milano; che il giorno innanzi avevano sostato per= alcune ore nel villaggio, e poi, non si sa per quali ragioni, lo avevano improvvisamente abbandonato e ripresa la volta di Camp= osecco, conducendosi appresso lo squadrigliere travesti= to arrestato come si è detto, per la lettera, che gli fu trovata entro = una scarpa, diretta al priore di Cervara.

Fu allora che al tenente Desclèe parve pi&ugrav= e; che probabile il tentativo del Blenio di sorprendere la città, durante la sua assenza. Egli pensò di tornare subito indietro, ma per non passa= re la giornata inutilmente, si provò a salire verso Camerata Vecchia, o= ve giunse verso le 2 pomeridiane, girandola per&ogr= ave; di fianco su per i monti e sempre a rispettosa distanza, essendo il diruto castello troppo temibile per la sua posizione.= Di lassù se garibaldini vi fossero stati ben provvisti di munizioni, avrebbere fulminato con le loro carabine il Desclèe e tutta la sua compagnia.

Due squadre di pontifici, spedite a perlustrare le adiacenze • del villaggio, dopo aver sciupato tempo e fatica, se ne tornarono senza aver incontrato niente di notevole e di sospettoso e senza aver visto il nemico.

Il Desclèe allora, convinto che lo scopo prefissosi non si sarebbe raggiunto, discese a Camerata Nuova e sostatovi alquanto per assumere maggiori informazioni intorno alla colonna garibaldina, riprese la via del ritorno per restituirsi a Subiaco, = come aveva promesso, ma per la notte che era sopravvenuta, e per la fatica di una marcia di parecchie ore su vie montuose e orribili, per una pioggia torrenz= iale che lo colse, e che non accennava a cessare, la sua truppa era talmente spossata, ch'egli riconobbe l'impossibilità di farla proseguire nel cammino. Rientrò dunque in Cervara, ove passò la notte e buona parte del mattino seguente.

Sorgeva intanto il dì 11 ottobre, e i tiepidi r= aggi di un sole d'autunno scioglievano la neve che abbondante era caduta nella notte.

Il capitano Blenio, uscito fuori d= al capannone dei pastori di Camposecco, si abboccò coi suoi uomini, cui fece riflettere che non era più possibile continuare in una vita randagia fra monti e boscaglie, che bisogn= ava tagliar corto e decidersi una buona volta. Perciò dal momento che si era certi che la guarnigione pontificia aveva lasciato Subiaco, proponeva di cogliere la palla al balzo e fare il colpo stabilito sulla città, tenendosi a sinistra di Camposecco= verso i monti di S. Donato. Senza perdere altro tempo inutilmente, ordinava dunque di prendere le armi e di porsi in marcia.=

I volontari si mostrarono un poco titubanti nell'eseguire l'ordine che loro veniva dato, e per quanto ognuno di essi fosse disposto ad affrontare qualsiasi pericolo, pure l'incertezza della sorte, a cui andavano incontro, li rendeva perplessi. Es= si infatti notavano che, se da una parte si poteva con fondamento sperare in una sollevazione dei cittadini in loro favore, dall'a= ltra non si doveva porre in non cale l'avvertimento avuto di non avvicinarsi tan= to sconsigliatamente alla città per essere

essa custodita da forte ner= bo di truppe pontificie. Vero è che queste, come se ne= aveva avuto avviso, erano uscite da Subiaco alla volta della montagna, ma chi pot= eva assicurare che esse non avevano ancora fatto ritorno in quartiere? Ed era, = del resto, presumibile che la piazza fosse stata las= ciata totalmente sfor

nita di forza?

Ma il Blenio, spinto dal suo carattere fiero e ardimentoso, non volle ascoltar consigli e ragioni: si mostrò irremovibile nella presa risoluzione, ed arrivò perfin= o a qualificare di vigliacco chi non avesse avuto l'animo di seguirlo.

Era purtroppo destinato che quello fosse l'ultimo gior= no del viver suo!...

"Fu deciso adunque - scrive il De Giorgio op. cit. - di girare sulla sinistra, ed attraversando i monti boscosi di Camposec= co, scendere sopra Subiaco, essendo oramai inutile attendere rinforzi o affrontare le truppe pontificie in aperta campagna, atteso l'esiguo numero = dei volontari".

La colonna garibaldina si pose così nuovamente = in marcia, tenendosi a sinistra di Camposecco, e, = dopo cinque ore circa di faticoso cammino per le contrade C= ampitelli, Campo Buffone, Livata e Valle delle Mele, giungeva sulla cima del monte Toro, che prospetta Subiaco. Quivi essa fece sosta, tanto per riposarsi alquanto, e,= verso il tocco, incominciò la discesa.

Per la città correvano, da qualche giorno, le v= oci più allarmanti e sinistre. Si parlava di numerosissimi garibaldini che armeggiavano sulle montagne adiacenti; ed ora= si diceva che essi si avanzavano con brutti intendimenti;= ora che avevano invaso Camerata, Cervara e Vallepie= tra; ora che stavano per piombare sopra Subiaco. E ta= li voci, ingrandite e rese sempre più paurose dalla fantasia popolare, trovavano naturalmente credenza, massime dopo la sortita della guarnigione pontificia. Quindi in città non si era tanto tranquilli, e in molte famiglie si passò la notte dal 10 all' 11 in un pauroso stat= o di veglia, temendosi da un momento all'altro un'invasione garibaldina e, in conseguenza, un conflitto con i pontifici.

Un'ora appunto dopo il mezzodì dell' 1 l alcuni curiosi, sulla piazza di S.Andrea, erano= ad osservare della gente che scendeva dal monte Toro. Formatisi in breve dei capannelli, che si andavano man mano ingrossando specie vicino alla fontana= e al cosiddetto muro di piazza, ove ora sorge il monumento ai caduti della grande guerra, si facevano varie ipotesi sul riguardo.

Una donna, che era ad attingere acqua alla fontana, si= fece a dire: - Volete sapere chi è quella gente lassù? Sono brigan= ti!...

- Briganti?!... Costei non = sbaglia mica: sono i briganti della banda Fontana, che vorranno, forse, rilasciare = il Giammei - si disse in coro dai curiosi.

E questa affermazione, semb= ra incredibile! messa fuori così senza fonda= mento e raccolta dalla famiglia Giammei, fu causa che= la colonna del Blenio si affrettasse a scendere in città.

Infatti è bene ricor= dare il fatto. Nazzareno Giammei, appartenente ad una d= elle migliori famiglie benestanti e facoltose di Subiaco, il 7 ottobre si era re= cato con i suoi garzoni Ciaffi Andrea e Mercuri Dome= nico nella contrada Morabotte per esigere dai suoi c= oloni la corrisposta delle uve. Verso le 3 pom. dopo una esplosione d'arma da fuoco che servì da segnale uscirono improvvisamente nove briganti, i quali, imbrandendo i loro fucili, intimarono al Giammei di scender= e da cavallo e ai due garzoni di scaricare le mule, che conducevano cariche d'uv= a. Ciò eseguito, il capo di quei malviventi, un certo Angelone, dopo aver tolto al Giammei l'orologio con catena d'oro, il poco denaro che aveva in tasca e un piccolo temperino, lo leg&ogr= ave; ai polsi ed ordinò al Mercuri di recare a= lla famiglia l'infausta notizia con l'intimazione di pagare al domani nella ste= ssa ora e nello stesso luogo la somma di scc li 10.000 in oro!...= Dopo di che, sotto una pioggia dirotta e nel buio della notte, i malviventi si allontanarono, recando seco il Giammei ed il Ciaffi. Giunti alle Fornaci di O= levano e ricoveratisi in una capanna, il capobrigante = fece scrivere dal Giammei, a sua dettatura, una lett= era al proprio genitore, colla quale il povero figlio lo pregava di spedire quella somma di danaro che più poteva, ma non inferiore a 8.000 scudi. Questa lettera fu consegnata a= l Ciaffi perchè Ia recasse alla famiglia = del ricattato. Sull'inbrunire del giorno successivo= 8 ottobre il Giammei viene condotto sulle montagne di Segni e dopo in quelle di Rocca Massima, e solam= ente il 15 ottobre fu rilasciato, previo lo sborso di 1.300 scudi in oro.

Orbene la voce che quel gruppo di gente sul monte Toro= fossero davvero briganti, trovò credito, e gli = stessi parenti del Giammei, intra= vvedendo un barlume di speranza per la sorte del loro congiunto, dalle finestre, che guardano il monte Toro, si diedero a sventolare ripetutamente e con insiste= nza i fazzoletti. La qual cosa osservata dalla colonna del Blenio, fece credere= - come ci narrò il garibaldino luogotenente Serafino De Giorgio - che ciò significasse in realtà un invito ed una chiamata dei cittadini. Il capitano Blenio, involontariamente tratto in inganno, ma conv= into maggiormente da quei segnali che la città si sarebbe sollevata a suo favore all'arrivo della sua colonna, senza frapp= orre indugio lasciò la cima del monte Toro e ne cominciò la rapida= discesa.

Intanto tra i curiosi, che erano sempre a guardare sul= la piazza, oltre a quella dei briganti correvano altre ipotesi.

- Per me - si diceva qualcuno - quella gente, che ora = viene giù dal monte, non son che dei Gambericotti.

Per verità nella mattina una camerata di giovani alunni del collegio germanico di Roma, dalla ves= te rossa, perciò con tal nome designati, si era recata a visitare lo Sp= eco di S. Benedetto. Si suppone così che essi dal monte Taleo al quale è attaccato, qual nido d'aquila, il celeb= re e monumentale monastero benedettino, avessero diretto i loro passi al vicino monte Toro per ritornare in città.

Si, si - confermarono altri= - sono Gambericotti; guardate vestono di rosso!...

- Io invece sostengo - diceva qualcun altro - che si t= ratta proprio di garibaldini.

- Ma se fossero garibaldini= - si osservava - sarebbero

pochini: se ne facevano qua= si 300 sulla montagna!...

- E chi ti dice che non sia l'avanguardia?...

Se non che, in questo alter= narsi di opinioni varie e disparate, Francesco Arquati, = che in quel giorno era in Subiaco, ove era conosciutissimo e che poi il 25 ottobre si trovò, come si dirà in seguito, con parecchi congiurati nell'eccidio in casa Aioni = alla Longaretta in Roma, osservando attentamente col binoc= olo, rimosse ogni dubbio col dire: - Ma che briganti e Gamb= ericotti d'Egitto: sono proprio garibaldini!...

Era infatti il capitano Ble= nio che, seguito dal manipolo degli animosi volontari, scendeva dal monte Toro. Il <= span class=3DSpellE>luccichìo delle baionette, che in vicinanza d'= una caprareccia, tuttora esistente, si faceva assai visib= ile all'occhio degli osservatori,

non lasciò più= ; dubbio alcuno.

La notizia dell'arrivo dei garibaldini fece in un bale= no il giro della città, e dappertutto si notò un insolito movimento= . I cittadini si affacciavano alle finestre od uscivano di<= /span> casa a chiamare e rintracciare i loro cari, non presagendo che male. Man ma= no si chiusero le porte delle case, delle botteghe = e le vie divennero quasi deserte.

Al vescovo Manetti, che era nel seminario, fu portata = la notizia dal suo cameriere, il quale tutto affannato lo pregava a ripararsi = in luogo sicuro. Il Manetti, uomo di Dio rispose che egli era nelle mani della Provvidenza, e diede ordine che si chiudesse il portone del seminario, ma qualora si cercasse di lui, non permetteva si ponessero ostacoli o si facessero osservazioni di sorta. Si ritirò p= oi alla cappella a pregare, senza però di tanto in tanto uscire e farsi alla finestra quasi per vedere come le cose andassero a finire.

Nella caserma dei pontifici si gridò subito: all'armi!...

Il brigadiere Nepi con una= diecina di uomini tra gendarmi e sq= uadriglieri corse a chiudersi nella Rocca Abbaziale. Il maresciallo Gelmi, raccozzati in fretta e in furia gli altri pochi militi rimasti, andò= a postarsi sulla collina dell'Oliveto Piano, allo scopo non solamente di far fuoco alle spalle degli audaci che si fossero accostati= al portone della Rocca stessa, ma anche di venire a rafforzare la colonna d= el Desclèe, appena essa fosse rientrata in città.

Uno o due squadriglieri, c= he in quell'ora erano fuori di caserma e non avevano perciò risposto alla chiamata e prese le armi, saputo il pericolo imminente, stimarono meglio mettersi in salvo, tappandosi in casa di conosc= enti e di amici.

Erano circa le due pomeridiane e i garibaldini scendev= ano sulla strada Nuova o Gregoriana, e precisamente = nella località detta il Salvatore o Fontanella del Cardinale, ove ora sorg= e

l'officina - Elettricit&agr= ave; e Gas di Roma -. Essi, sostato alquanto e ricevuta dal Blenio la parola d'ord= ine, a passo di carica, si misero per la via del Colle, ora Papa Braschi, gridando: Viva

Garibaldi! Viva Roma! Viva Subiaco! Cittadini, all'armi!

Giunti quasi alla metà di detta via furono acco= lti con una scarica dai pontifici ritiratisi nella Rocca Abbaziale. La colonna indietreggiò e si sbandò per un momento, riparando alla meglio dietro le prime case e la chiesuola di S. Sebastiano. Riordinatasi poscia in parte, si avanzò coraggiosamente ed entrò nella piazza del Ca= mpo, ove ricevette una seconda scarica.

In questa prima fase della fazione, se così si può chiamare, si ebbero fra i garibaldini due feriti: il caporale Casimiro Anzini e il milite Biagio di Massimo, ambedue di Scurcula dei Ma= rsi.

Narra il De Giorgio - Opus= . cit. - che "Risposero energicamente i volontari, = e dopo circa mezz'ora di fucilate, i garibaldini corsero all'assalto alla baionett= a al fatidico grido di Savoia e di Garibaldi; e sotto una grandine di palle, entrarono nella città di Subiaco".

Osserviamo che è vero l'assalto (meglio l'ingre= sso nella città) alla baionetta; vero il grido di Savoia e di Garibaldi;= ma la risposta energica dei volontari al fuoco nemico, la mezz'ora di fucileri= a e la grandine di palle non hanno alcun fondamento.= La verità è questa: i pontifici, dopo le prime due scariche, non ebbero tempo di effettuare la terza, eccezion fa= tta di qualche sparo isolato e di ritardo; giacchè i garibaldini, correndo rasente il Porticato o Loggiato, come lo chiamano,

della piazza del Campo, si sottrassero in un momento alla loro vista col ridursi al sicuro dietro la c= asa dei Monaci, ex caserma dei Reali Carabinieri.

Il Blenio che, precorrendo gli altri, vi era arrivato = per primo, gridava ad alta voce: - avanti! avanti!

I volontari non tardarono a raggiungere il loro capita= no, all'infuori del tenente Deangelis e di quattro militi, che, dopo la seconda scarica dei pontifici, si erano riparati verso l'angolo della chiesuola di = S. Sebastiano. Se non che essi, quantunque per segu= ire la colonna dovessero attraversare tutta la piazza con pericolo presentissimo di essere fulminati dal nemico, dopo breve indugio, si avanzarono impavidament= e a passo di corsa su per la via Nuova, protetti per un breve tratto dal muragl= ione che sostiene gli orti sovrastanti. Fu così che essi si trovarono iso= lati e divisi dalla colonna, che li attese per un pò= di tempo, ma inutilmente.

Un pezzo di canale, svelto da una palla pontificia del= la grondaia della prima casa, nel cadere ferì il Deangelis alla mano sinistra. Egli fasciò con il fazzoletto la parte offesa e proseguì il cammino, seguito dai quattro volontari.

Al termine della cosiddetta Olmat= a, la piccola squadra s'imbatté nel giovane sublacense Pietro Lollobrig= ida. Costui che era amico e collega di studio del Deangelis = nella Università di Roma, fu non poco sorpreso nel riconoscerlo sotto la divisa garibaldina.= Anbedue si strinsero affettuosamente la mano, e il Lollobrigida fece al Deangelis qualche osservazione sul pericolo cui si esponeva. Saputo poi com'era rimasto disgiunto dai suoi commilitoni, lo condusse, per la scorciatoia così detta degli Scaloni, nella sottost= ante via degli Opifici, perchè ivi potesse riu= nirsi con la colonna. Ma questa era già passata; giac= chè dopo aver sostato per pc;hi momenti dietro la casa dei Monaci, aveva proseguito subito la sua marcia, infilando appunto, dietro consiglio e indicazione di un cittadino, la via d= egli Opifici. Quindi è che il Deangelis potè raggiungerla soltanto nella piazza del Go= verno.

Intanto il Blenio e i suoi, percorsa incolumi la nomin= ata via, perchè fuori dal tiro dei pontifici, furo= no da capo esposti al bersaglio di questi, non appena sboccarono nella piazza di = S. Andrea. Infatti, nel punto in cui la passavano correndo= , ecco una nuova scarica, rimasta però incruenta. Una palla, che andò a conficcarsi nella porta di mezzo della c= oncattedrale, mancò poco non colpisse il vecchio canonico Bian= chi, che lì presso, nell'interno della chiesa, se ne stava recitando tranquillamente il breviario. Egli, inconscio del pericolo corso, credendo = che si trattasse di qualche sasso scagliato da monelli, gridò: - Ragazzi, buoni coi sassi! - Le altre palle caddero

sulla gradinata della stess= a chiesa senza produrre alcun danno. Queste scariche che si facevano dalle mura della Rocca, finirono per gettare il panico particolarmente in quelle famiglie ch= e avevano fuori di casa i loro cari.

I garibaldini, messisi nuovamente al coperto delle cas= e, gridando sempre: - Viva Garibaldi! Viva Roma! Viva Subiaco! Cittadini, all'armi! - pervennero trafelati alla piazza della res= idenza governativa.

Il Blenio, innanzi tutto, occupò militarmente la piazza e pose delle sentinelle agli sbocchi della medesima. Abboccatosi pos= cia co' suoi ufficiali e dati loro gli ordini ch'erano del caso, salì le scale del palazzo del Governo e con portamento altero e sicuro si presentò al governatore = Marini, che già presentiva la tempesta.

"II Blenio, senza la viltà la iattanza usata dai pari suoi, ma pure con soldatesca sicurezza, espose il suo intento. - Io sono, diss'egli, il conte Emilio Blenio di Milano, capitano di Garibaldi. Sono qua venuto per proclamare il governo provvisorio a nom= e di lui. Però vi dichiaro, signor governatore= , che da questo punto cessa il governo del papato. V'intimo di consegnarmi la Rocca e calare gli s= temmi del cessato governo. Nel tempo stesso v'invito a servire al nuovo, che ora = si inaugura, di Giuseppe Garibaldi".

"Qui trasse l'oriuolo e soggiunse: - Sono le due e un quarto: alle due e mezzo tutto deve essere eseguito". "Rispose il governatore non essere in sua mano l'aprire o il

chiudere la Rocca: ne chiedesse = la resa a chi la teneva: gli stemmi non potersi toccare, perchè dalla Rocca = gli stemmi si scorgevano, e sarebbe colpito chi osasse mettervi mano: se essere ufficiale di Pio IX, e rifiutare ogni altro servizio".

"Dissimulò il Blenio il dispetto cagionata= gli da sì franco parlare: e com'egli era ansante e trafelato dalla marciata= , e forse bramava prender tempo, dimandò in = grazia un bicchier d'acqua fresca. Fu servito incontamente di acqua e di vino generoso: il quale vino avendo gust= ato, gli piacque, e bevve e ribevve a più riprese. Salutò e partissi, rammentando il quarto d'ora concesso a deliberare".

"Trascorso il qual tempo, rientrò al governatore, e disse: - Signore, voi non avete obbedito: siete prigione - Pose un suo tenente, certo Matte], che il guardasse a vist= a, e a piè delle scale quattro sentinelle".

"Recossi poscia al se= minario, ove risiedeva temporaneamente monsignor Manetti, Amministratore Apostolico dell'Abbazia. Il vescovo pressato di ordinare la resa della Rocca, che &egr= ave; sua residenza propria, rispose a un di presso co= me il governatore: fece osservare che la forza militare tanto non dipendeva da lu= i, che egli stesso era stato diloggiato dalla Rocc= a e costretto a riparare in seminario. Infine, come uomo a= bborrente dal sangue, avvertì il Blenio del grave pericolo che correva, se ave= sse indugiato in Subiaco sino al ritorno della milizia, cosa che non poteva tardare. Ma i pietosi consigli dell'uomo di Dio non valsero a piegare quell'animo di ferro; che anzi dichiarò prigio= niero di guerra il vescovo, e collocò una mano de' suoi a guardarlo= ".

Furono essi due militi agli ordini del tenente Frances= co Deangelis, al quale il Blenio si espresse così: - Lei che è persona ammodo, stia qui a sorvegliare il vescovc,, e lo tratti convenientemente, usandogli tutti i rig= uardi dovuti al suo carattere e al suo grado. - Al che il Deangelis ottemperò anche oltre la consegna. Egli i= nfatti, giovane perbene, serbò un contegno educatissimo, e si notava che a malincuore sopportava di far da carceriere ad un vescovo, rivolgendo al cam= eriere di lui espressioni, che volevano dire: mi scusi presso Monsignore.

Intanto nella piazza del Governo e= rano convenuti il sig. Rinaldo Moraschi, gonfaloniere della città = ed il cav. Biagio Tocci, consigliere provinciale, persone assai distinte per c= enso e preclare per senno e probità. Il Blenio, di ritorno dal seminario,= si abboccò con loro:

espose con parole concitate= il suo intento, e volle che il Moraschi non si partisse mai dal suo fianco. Ritornò poi con essi dal governatore Mari= ni, al quale, press'a poco, disse così:"Si= gnore, alla presenza delle autorità del paese, che ho qui meco condotte, v'intimo per una seconda volta, ad ordinare alla truppa che mi consegni la Rocca. E perch&eg= rave; vediate fin dove arriva la mia cortesia, vi accordo ancora mezz'ora di tempo per riflettere e dirmi l'ultima parola. Se questa sarà negativa, io sarò costret= to a comandare il fuoco ed ottenere con la forza ciò che non mi si vuol concedere con le buone".

Il governatore Marini alla = fiera minaccia del capitano Blenio rispose con una non meno fiera protesta che, se tornò ad onore del zelante e fedele magistrato, ci sembra non depone= sse troppo della sua prudenza, se si pone mente all'eccitazione degli animi, al momento critico, in cui tale linguaggio era adoperato, e alle spiacevoli co= nseguenze che ne sarebbero derivate, se l'animo del Blenio non fosse stato informato a sentimenti nobili e cavallereschi.

"Signore, disse il Marini, voi avete torto di farmi tali proposte. Voi ci offrite una libertà, che = il popolo disaccetta, che anzi ripudia con disdegn= o e con terrore. Non avete visto cogli occhi vostri = tutti chiudersi i fondachi e abbarrarsi le case? Avete intronato la città di: Viva Garibaldi! Viva il governo provvisorio! = Viva Subiaco! All'armi! Alla conquista di Roma! Nessu= no vi ha risposto. Voi dunque offendete i sensi politici di questo popolo, fedele= al suo Sovrano, e offendete il Sovrano di questo Po= polo. Pertanto io protesto alla presenza dei magistrati, che opportunamente avete= qua condotti, protesto contro la violenza, e dichiaro voi mallevadore di qualun= que atto,

che potesse ledere i diritt= i del nostro legittimo e adorato Sovrano. Per voi, poi, signo= r capitano, se gradite un consiglio pel vostro migliore, sonate a raccolta, e levatevi di qui prima che i soldati, che sono fuori in fazione, tornino con vostro gran

danno. Possono esser qui di momento in momento".<= /p>

"Rimasero sbalorditi gli astanti a si ardita protesta. Il Blenio stesso sorse in piedi, e con piglio di spartano = pose la destra sulle spalle del governatore: - Vi stimo, dicendo, vi stimo per la vostra lealtà. Rispetto le opinioni altrui, oltraggio persona: ho missione unicamente di abbattere il governo del Papa. Però qualunque forza sia per sopraggiungere, io la respingerò sino all'ultimo sangue mio e de' miei bravi camerati= : e voi, signor governatore, col vescovo e coi presenti porrò innanzi al= le mie file; e se forza maggiore della mia mi soverchiasse, voi mi sarete osta= ggi per me e per tutti di libero andarmi".

"Poscia risiedette, e= la conversazione si animò di botte e risposte, così che in pochi minuti passò in rassegna la politica più viva e razzente. Il capoccio garibaldino sciorinò le = sue credenziali del grande Garibaldi. A scemargli la burbanza gli si faceva not= are non essere oggimai questione di codesto, ma sì degli zuavi e dei gendarmi (se ne esagerava il numero), che da ved= ere a non vedere potean piombargli addosso. Ed egli per converso magnificava 1400 soldati della libertà, appostati nelle vicine boscaglie, e raccontava dei poderosi battaglioni rossi impadronitisi (e dal suo carteggio pare che il credesse) delle provincie de Viterbo e di Frosinone. A quando a quando si affacciava alla finestra, d'onda prospettarsi l'alto della Rocca, quasi come chi delibera dell'attacco; ma avvertito che di là non fallirebbe una palla in fronte, se fosse riconosciuto, prontamente se ne toglieva. In realtà i presidiai _ tenevano le

carabine impostate".

Vi fu un momento, in cui convenne egli pure che gli ufficiali di Pio IX meritavano elogio per la fedeltà al Governo, e c= he egli non oserebbe ciò dire alla presenza = de' suoi per non scemarne l'ardire, ma che in privato= potea ben confessarlo. Che anzi si gloriò di essere egli pure un fedele di Pio IX; e

infocolatisi<= /span> su codesto, gridò: - Viva Garibaldi, viva Roma capitale delle città libere e viva Pio IX pontefice!

- Viva Pio IX Pontefice e Re! - soggiunse il governatore

- No Re, no Re.

- Si, Pontefice e Re - invito i presenti a gridare meco: Viva Pio IX Pontefice e Re".

Il Franco asserisce che rispondess= ero all'invito del governatore la moglie e i figli, accorsi al diverbio, il cancelliere Capitani e perfino un fanciullo decenne. Tace però del <= span class=3DSpellE>Cav. Tocci e del gonfaloniere Moraschi, i quali, infa= tti, compresi della gravità delle cose, stimaron meglio di non aprir bocca per non suscitare = maggiormente un vespaio, che chissà quali conseguenze avrebbe potuto avere. Anzi = il Cav. Tocci, vedendo che la conversazione prendeva una brutta piega, e sentendo il Blenio insistere nuovamente per la consegna del castello abbaziale, pensò bene di tagliar corto, e si profferse d'impegnare il vescovo Manetti a interporsi pres= so il comandante del presidio pontificio. Il governatore Mari= ni volle fare qualche osservazione, ma il Tocci non ne tenne conto, ed invitò il Blenio e il Moraschi a seguirlo.

Usciti dal palazzo governativo, il Blenio e il Morasch= i si fermarono in attesa sulla piazza del Governo, e = il Tocci si recò al seminario. Ammesso all'udienza del vescovo, espose = lo scopo della sua visita, facendogli rilevare la gravità della situazi= one e il certo pericolo di grossi guai, cui sarebbe potuta andare incontro la città da un momento all'altro. Monsignor Manetti, convinto anch'egli= di quanto il Tocci aveva esposto, fu commosso fino alle lagrime. Fece per&ogra= ve; osservare che era dispiacentissimo di non poter= accogliere la domanda che gli si faceva per la ragione che la consegna della Rocca ai garibaldini non era in suo potere e il presidio che la custodiva non dipend= eva, specialmente in quei momenti, da lui, sibbene d= al comandante la piazza. Tutto quello che poteva fare per appagare il desiderio del Tocci, era di permettere che il suo cameriere lo accompagnasse alla Roc= ca.

- Gregorio, (era il nome del cameriere) avresti difficoltà di

andare sulla Rocca col cav.= Tocci? Hai paura? - Domandò singhiozzando il Manetti.

- No, monsignore.

- Ebbene va, e Dio vi guard= i da ogni disgrazia.

Il Tocci e il cameriere, usciti dal seminario, si ferm= arono per pochi minuti in colloquio, e poi si avvicinarono verso la piazza del Governo. Se non che a pochi passi dalla medesima udirono delle fucilate: il conflitto, che narreremo fra poco, era incominci= ato! Il Tocci se la diede a gambe, e il povero cameriere del vescovo corse a rifugiarsi nella vicina casa del Primicerio Mar= ameo, e colà restò fino a che non vide ristabilita un di calma nella città.

Intanto il capitano Blenio, mentre= sulla piazza del Governo era attesa la risposta che doveva recargli il cav. Tocci= , di tanto in tanto dava in escandescenza e minacciava stragi e rovine, qualora = si persistesse nel rifiuto di consegnare la Rocca. Il gonfaloniere Moraschi, ch'eragli sempre al fianco, cercava di rabbonirlo= e lo supplicava a mani giunte a mutar consiglio e, per amore della propria salut= e e de' propri compagni, ad uscire dalla città pri= ma del ritorno della truppa pontificia, la quale, come faceva= gli riflettere, da un momento all'altro poteva improvvisamente ritornare in quartiere. Il Blenio, sprezzando consigli e preghiere, rispose fieramente: - Signore, ve ne prego, cessate dall'annoiarmi; sono risoluto a respingere la forza con la forza fino all'ultima goccia di san= gue.

Ma qui dobbiamo fare una breve digressione che pu&ogra= ve; darci un di luce su questa sicurezza e caparbietà del capitano Blenio, chè sembrerebbero, altrimenti, dissennate.

Si legge nel Franco - pubb= . cit. - che dal carteggio preso sul cadavere del Blenio risulta che questi intendesse riunire sotto di sé la colonna garibal= dina dell'Antino°-i, la quale invadeva la valle di Subiaco contemporaneamente alla colon

na capitanata dal Blenio. Il De Giorgio poi nel suo citato opuscolo dice su ta= le riguardo qualche cosa di più. Egli infatti scrive così: "Pochi giorni dopo che il De Giorgio era ritornato= in paese ebbe una lettera dal cav. Orazio Mattei c= on data del l'otto novembre, nella quale si faceva a pregarlo di spedire l'Ansini nelle montagne di Cappado= cia e di Vallepietra per ritirare le armi dalla colonna Antinori, che, organizzatasi nella Marsica dopo la spedizione del Blenio, avrebbe raggiunt= o quest'ultimo, se non fosse avvenuta la rotta di Subiaco".

Da ciò noi siamo indotti a credere che il capit= ano Blenio non tralasciò certo di rendere edo= tto l'Antinori, che scorazzava sulle vicine montagne di Vallepietra, della sua marcia verso Subiaco, sollecitandolo a dargli il suo valido appoggio. Quindi siamo d'avviso che il Blenio, per la fiducia che aveva dell'arrivo dei garibaldini dell'Antinori, cercasse di condurre quanto prima a buon porto le trattative per la consegna della Rocca Abbaziale, e sfidasse intanto il pericolo dell'assalto dei pontifici.

Se l'Antinori infatti fosse= disceso a tempo da Vallepietra a Subiaco, le due colonne riunite, forti di circa 450 uomini, avrebbero potuto ben tenere testa alla truppa del tenente Desclèe, e Subiaco, forse, sarebbe stato teatro di fatti ancora più sanguinosi!...

Ma qui il lettore sarà curioso di sapere chi era questo Antinori, il quale o non ebbe o non volle t= enere l'invito del Blenio, oppure (non sappiamo per quali ragioni) come lasciasse= di ottemperare al mandato ricevuto con grave danno della colonna del Blenio stesso.

Il Franco - pubb. cit. - parla a lungo dell'Antinori e delle sue imprese= e ne fa un quadro, che non rispecchia, certo, un uomo, sulla cui condotta poco o nulla trovasi a ridire. Egli lo dipinge così: "L'Antinori, che comandava una di queste bande schiettamente facinorose, era un rifuggito da= lla leva, gettatosi nelle selve per iscampare dal criminale. Dicevasi ora perugino, ora palermita= no. Durante la guerra gli fu lasciata lunga la briglia: poté così vicendevolmente irrompere sul territorio italiano; ma fornito il compito di capitano garibaldesco, i gendarmi gli posero le manette".

L'Antinori, nel principio della campagna, non aveva a' suoi ordini che cinquanta in sessanta uomini; ma p= oi la sua colon

na si andò ingrossando di giorno in giorno fino a raggiungere un numero co= nsiderevole di combattenti.

Per avere maggiore contezza di questo capo garibaldino= noi ci rivolgemmo a mons. D. Benedetto Spila, nostro illustre concittadino, già missionario nel Cile e poi vescovo di Alatri, il quale, amico= intimo dell'Antinori ravveduto, ci ha dato tutte quelle notizie, che desideravamo.= Mons. Spila, allora dimor= ante in Napoli, ci scrisse, in data 30 maggio 1911, una lunga lettera, dalla quale = stralciamo e trascriviamo quei passi, che più f= anno per il nostro racconto.

"Giuseppe Antinori, quale siciliano autentico, av= eva nelle vene il fuoco dell'Etna. Quando io lo conobbi con una barba candida e fluente, rivelava ancora, a dispetto dei suoi anni, una= energia giovanile accoppiata ad intelligenza ed operosità meravigliose, che dicevano a chiare note di quale ardimento fosse fornito allorchè, affascinato, come tanta parte della gioventù italiana, dall'idea gen= iale dell'unità d'Italia, che avrebbe condotto la patria ad invidiata grandezza, seguì con entusiasmo Garibaldi. Il quale, preso dalle doti non comuni del fervido giovane, lo pose alla testa di un forte gruppo di ardimentosi, che nel 1867 invasero lo stato pontificio".

"Sparse tra le fila degl'invasori le più nere calunnie sul governo dei preti, non sarebbe da stupire s= e il caldo Antinori talvolta si lasciasse trascinare dal suo carattere vulcanico. Egli però godeva nel narrarmi che, nel turbinio della sua vita, era rimasto sempre fedele ai principii cristiani, c= he aveva succhiati col latte della madre".

"Dopo la campagna l'An= tinori, disilluso a vista dell'andamento delle cose della patria, si diede a scrive= re pagini di fuoco, e ultimamente aveva intrapreso la st= oria, che diceva vera ; della rivoluzione nel Meridionale, che andava pubblicando= nel giornale napolitano La discussione, pubblicazione, che i suoi rivali avrebb= ero preso come pretesto per fargli il regalo del domicilio coatto".

"Di questi disinganni si servì la Provvidenza per richiamarlo all'avita fede".

"In un congresso cattolico egli figurò tra= i prima oratori, affrontando le ire di quei poveri di spirito, che non sanno conciliare religione e patriottismo".

"Trovandomi a Napoli per i soliti bagni nel sette= mbre 1905, 1l'Antinori mi pregò di congiungere in matrimonio l'unica sua figlia nella chiesa della SS.ma Vergine in Pompei. Era ormai tutto pronto per la partenza, quando un servo dell'Antinori venne ad avvertirmi che il suo padrone era stato preso da improvviso malore. Andai immediatamente, e lo rinvenni in uno stato miseran= do. Preso da un forte vomito, che egli stesso non sapeva s= piegare, cadde ben tosto in tale stato di prostrazione, che lo pose in pericolo. Dopo averlo confessato, gli somministrai il santo Via= tico e l'Estrema Unzione, e ripetendo più volte agli ultimi istanti la giaculatoria, che gli andavo suggerendo, nelle ore pomeridiane del 28 sette= mbre spirò placidamente".

Fin qui Mons.= Spila, il quale in una nota della stessa lettera dice: "Non ostante i ripetuti viaggi del mio famigliare D. Gennarino alla casa dell'Antinori, non mi fu dato avere alcuni documenti, che mi avrebbero permesso fare dell'Antinori un cenno biografico più esatto. Ho scritto quello che ho potuto ricordare, ed Ella mi avrà per iscusato<= /span> se non ho potuto fare

di meglio".

Per parte nostra completiamo queste notizie osservando= con gli storici del tempo che la colonna dell'Antinori nella massima parte si <= span class=3DGramE>componeva di soggetti che, su tutti i riguardi, lascia= vano molto a desiderare, e che davvero generavano disordine e spavento ovunque si fossero presentati. Nei resoconti della camera di Firenze, dal 9 al 29 dicembre, indicati dal Franco, essi vengono qualificati per furfanti, ladri e massa di bordaglia. Stando, infatti, fra i limiti del nostro racconto, l'antinori gettatosi dal= la Marsica sul territorio pontificio con i suoi 400 uomini, calò improvvisamente il giorno 11 ottobre a Vallepietra, che è a circa 5 ore di cammino mulattiero da Subiaco. Entrando in paese urlavano:= - Viva Garibaldi! - Viva Roma! - morte al Papa! - con una sequela d'imprecazi= oni e

bestemmie, che spaventarono= quel popolo di pacifici lavoratori.

Invasero prima di tutto la dogana<= /span> e disarmarono i pochi doganieri, portando via dalla loro caserma armi, munizi= oni, danaro, carte e tutto il resto che vi si trovava. Proclamò poi l'Antinori il governo di Garibaldi, e dichiarò decaduti d'ufficio il= Priore e i consiglieri non avendo voluto essi riconoscere il nuovo stato di cose. = Per l'amministrazione civica nominò un commissario straordinario. Decretò l'abolizione dei dazi, impose una taglia al comune ed ordinò viveri per più giorni.

Durante la notte, i suoi misero a ruba le case, portan= do via robe e valori e minacciando rovina e morte. La casa del Priore fu completam= ente svaligiata, tanto che non fu perdonato neppure alle coperte, sotto cui dormiva la famiglia.

Il dì seguente, divulgatasi a Vallepietra la fi= ne miseranda toccata ai garibaldini del Blenio, e, per giunta, saputosi che una numerosa pattuglia di pontifici si aggirava in quei dintorni, l'Antinori sm= ise ogni pensiero di avanzare, abbandonò il paese e ripiegò verso= il confine.

La banda Antinori come si disse andò sempre più ingrossandosi di volontari; ma che cosa essa facesse ed operasse= in seguito, a noi non importa saperlo, essendo ciò affatto estraneo al nostro compito.

Chiusa questa parentesi, possiamo domandarci: quale sp= eranza poteva avere e quale assegnamento poteva fare su gente di tal fatta il capi= tano Blenio?... Eppure egli, che forse non sapeva di = quali soggetti si componesse la colonna Antinori, sperando sempre nell'imminente arrivo della stessa, volle star fermo coi suoi nella piazza del Governo, ov= e, in attesa della risposta che doveva recargli il cav. Tocci, si mostrava sem= pre più adirato e minaccioso. Concitatamente parla-= a col gon

faloniere Moraschi e dava ordini ai suoi, che intanto si rinfrescavano di cibo e di bevanda fatti loro somministrare dal magistrato municipale. Tale eccitazione del Blenio man mano cominciò a manifestarsi anche negli animi dei garibaldini, i quali discutevano animatamente, lasciandosi andare ad apprezzamenti poco o niente riguardosi al rappresentante del governo pontif= icio nella città. La posizione si faceva molto brutta e pericolosa!...

Molti cittadini intanto, incluse delle donne, spinti da curiosità e incuorati dall'esempio delle autorità, si erano radunati nella piazza e nei pressi del palazzo de= l Governo. I commenti che si facevano erano diversi: da alcuni no= tavasi l'eseguità della colonna garibaldina; da= altri la loro audacia nel discendere in una città, guardata da forte nerbo= di truppa; da altri si diceva che il grosso della c= olonna si teneva, forse, nascosto e pronto a calare dalle vicine montagne; da tutti però si presentiva la sciagura, che era per piombare sopra di loro, = se presto non si fossero messi in salvo, abbandonando Subiaco.

In mezzo agli accorsi in detta piazza si notavano alcu= ni giovani molto appassionati per la causa garibaldina, tra i quali Benedetto = Gori ed Ernesto Ciolli, già garibaldini del 1806 nella campagna contro l'Austria. Ma anche costoro erano non poco impressionati per le voci sinistre che correvano e p= er la sorte dei volontari che in si piccolo numero = erano venuti in Subiaco. Ne comunicavano questa loro impresi= one ai medesimi e rilevavano il pericolo di essere attaccati dagli zuavi da un momento all'altro. Se avessero preso le armi in = loro soccorso, la posizione non sarebbe cambiata, stante la numerosità soverchiante dei nemici.

Erano circa le tre e mezzo pomeridiane. La colonna Ant= inori, intenta a bricconeggiare in Vallepietra, non si vedeva arrivare; le trattative per la resa del presidio pontificio, che custodiva il castello abbaziale, andavano per le lunghe e si facevano sempre più difficili: i liberali della città, di fronte alla critica= e paurosa situazione delle cose, non azzardavano di iniziare un movimento d'insurrezione, che, del resto, o non sarebbe riuscit= o o avrebbe avuto per loro pericolose e fatali conseguenze; imminente, come nuovamente si faceva notare al Blenio, il ritorno della truppa, che si era recata sulle montagne alla caccia dei garibaldini!...

"Si era in questo stato di trepidazione - dice il= De Giorgio

nel suo opuscolo citato - q= uando si pensò a proclamare il governo provvisorio; ma dei tanti cittadini accorsi sulla piazza del Governo, nessuno si mosse, vedendo lo scarso numero dei volontari, o perché i liberali della città prudentemente = non vollero iniziare un pronunciamento a favore del governo nazionale".

E i cittadini infatti non si mossero!...

Per questo fatto noi, più di una volta, abbiam sentito proclamare la vigliaccheria dei sublac= ensi; ma la storia sta lì a smentire solennemente que= st'accusa con numerosi avvenimenti riflettenti mosse popolari d'interesse cittadino n= on solo, ma anche di carattere politico.

Fra i tanti scegliamo il seguente, che attesta non la vigliaccheria, ma il coraggio del popolo sublacense!

Al principio del 1798, proclamata in Roma la repubblica francese, anche in Subiaco, come anche nelle altre città, fu innalza= to l'albero della libertà. Il cittadino Tomassetti= , presidente del municipio, coadiuvato del commissario B= uzi, portò via, a nome della repubblica, le co= se più preziose dai monasteri e dalle chiese di Subiaco. La popolazione vedeva di mal'occhio= questo nuovo stato di cose, difficilmente si adattava al regime repubblicamo e pensava ad un pronunciamento, ma non azzardava venirne a capo per la ragi= one che follemente si sarebbe esposta a delle serie e tristi conseguenze, come = poi in realtà si ebbero a verificare. Una buona parte però dei sublacensi giudicò il contrario ed invitò quindi un comandant= e di piccola truppa d'insorti, che si aggirava tra lo stato romano e il regno di Napoli, a venire a Subiaco per dare aiuto ai cittadini, che si sarebbero sollevati contro la repubblica. Il 14 marzo 1799, la piccola colonna entrò in città e vi proclamò, fra gli applausi, il gov= erno pontificio. Vennero arrestati alc ani repubblicani, altri fuggirono o si nascosero, qualcuno restò ucc= iso e parecchi feriti. In previsione di un arrivo di truppe repubblicane, si alzarono barricate, si chiusero quei varchi, dove poteva entrare il nemico,= la maggior parte dei giovani si pone agli ordini dei dirigenti il movimento insurrezionale, e si ordinò

che tutti, non esclusi i pr= eti e le donne, in caso di bisogno, si tenessero pronti, armati nel modo possibile.<= /p>

Mentre tutto era disposto p= er la difesa della città, il 18 marzo giungevano 500 soldati francesi con = due cannoni al comando di Camillo Borgia di Velletri. I sublacensi corsero alle armi, e nascosti fra gli alberi e le siepi, fiancheggianti la strada romana, aprirono il fuoco. Caddero non pochi dei francesi, ma i rimanenti non indietreggiarono. Dopo un'ora di fucileria

dall'una e dall'altra parte= le truppe repubblicane entrarono in città e per dodici ore vi diedero il sacco. Una gran parte degli abitanti fuggì nei monti e paesi vicini. Alla chiesa di S. Andrea furono portati via, tra gli oggetti preziosi, i gr= andi candelieri d'argento, che formavano il più bello= ornamento dell'altare maggiore. La rocca abbaziale fu spogliata di tutte le sue suppellettili. Molti sublacensi oltraggiati e posti in carcere, alcuni fucilati.

Ecco l'animo vile dei sublacensi!.= ..

Potremmo citare altri fatti avvenuti prima e dopo questo; ma per amore di brevità li tralasciamo. Solamente insistiamo nel dire che se 1' I 1 otto= bre 1867, i cittadini di Subiaco, nelle cui vene scorreva lo stesso sangue dei = loro antenati, non si mossero all'arrivo e alla breve permanenza dei garibaldini= del Blenio in città, se non insorsero a favore dei medesimi, ma se rie stettero indifferenti, ciò si deve attribuire non alla loro vigliaccheria, ma; se si vuole, alle ragioni di sopra addotte dal garibaldi= no De Giorgio, ed altre più gravi e serie, che noi accenneremo nella br= eve conclusione del racconto.

Intanto, ritornando a noi, diciamo= che il tempo passava veloce; gli animi si facevano sempre più trepid= i, e un so che di agitazione si leggeva sul volto di tutti coloro che erano in piazza del Governo. Nell'aria c'era qualche cosa che non dava buon segno: si sentiva l'odore della tempesta, che si andava addensando e che non tard&ogr= ave; a scoppiare terribile e spaventosa!

La colonna del tenente zuavo Desclèe da Cervara, ove, come fu detto, aveva dovuto pernottare a causa della stanchez

za dei soldati e del tempo cattivo, scendeva verso il mezzodì dell' 11 al casolare della Maddalena, e circa le due si rimetteva in marcia per far rit= orno a Subiaco. Prima ancora che entrasse nel territo= rio, fu incontrata da un sollecito messo, spedito dal governatore Marini; e il tenente Desclèe, saputo che i garibaldini erano penetrati nella città e quasi tutti campeggiavano nella piazza del Governo, ne diede comunicazione alla sua truppa ed ordinò di affrettare il cammino.

I pontifici, sebbene affraliti dalla marcia sostenuta da due giorni sulla montagna e molti avessero così guaste le scarpe, che i piedi ne uscivan fuori, purnondimeno procedettero così pr= esti e veloci, che in poco tempo si trovaronosulla pia= zza della Valle, che domina la città e sulla quale, dopo breve e lieve salita, si aprì il portone della Rocca Abbaziale.

Il Desclèe, innanzi tutto, fece comunicare alcu= ni ordini al brigadiere Nepi, il quale vigilava su= gli spalti della Rocca stessa, ed ordinò al maresciallo Ge= rlmi, che con alcuni militi era appostato sull'Oliveto Piano, a restare al suo po= sto. Dopo ciò impartì prontamente le disposizioni per l'attacco. Divise tutti i suoi uomini in tre squadre. Una = di esse, al comando del tenente zuavo Renand, doveva chiudere, tenendo la via dello stradone, ora viale Principe Umberto,= gli sbocchi della via della Corsa; un'altra, pasando per i vicoli di scorciatoia, riuscire a quello del Cappellaio in faccia alla chiesolina del Puratorio e sbarrare la via Capo de' Gelsi, ora Garibaldi; = una terza, più numerosa, condotta da lui stesso, con ai lati il marescia= llo Marella dei gendarmi e il caporale zuavo Guerin= , brettone, che perì poi sui campi di Mentana, scendere direttamente, per la via delle Monache, sulla piazza del Governo.<= /p>

Il Desclèe si riprometteva, in tal guisa, di stringere in un cerchio di ferro i garibaldini, precludere loro ogni via di scampo, obbligarli ad arrendersi, senza colpo ferire, e farli tutti prigionieri. Ma questo suo disegno, come vedremo= , non riuscì completamente come egli si credeva.

Ci fu detto, e lo troviamo anche = cosegnato in qualche scrittore del tempo, avesse il tenente Desclèe ordinato alle tre squadre di non far fuoco, ma solo di inves= tire a baionetta. I fatti, però, come si volsero, dimostrano tutto il contrario; e si può quindi affermare che il Desclèe o non diede quell'ordine, o, se = lo diede, non venne ascoltato dai suoi. E' infatti accertato che i primi ad aprire il fuoco furono i pontifici: il che gran pa= rte frustrò il disegno del Desclèe, e fu cagione del tragico avvenimento, che siamo ora per narrare in tutti i suoi minuti particolari.<= /p>

Le tre squadre pontificie si misero ciascuna per la via assegnata, percorrendola più o meno celeramente a seconda della lunghezza per trovarsi a = tempo debito sul posto. Quella capitanata dal tenente Desclèe scese a balz= i la lunga e tortuosa scalinata della via delle Monache; ma poi, giunta alla piazzea Pulzinelli, rallentò il passo e cautamente e quasi alla chetichella si avvicinò alla residenza governativa, tanto che del suo arrivo non si accorsero né i garibaldini, né i cittadini.

Il trombettiere zuavo Guerrini che precedeva di pochi passi la schiera, affacciatosi per un momento allo spicolo del casamento a destra, si volse al Desclèe quasi per dirgli: - Tenente, ci siamo! - Poi slanciandosi innanzi, lasciò partire un colpo. A quello sparo improvviso di carab= ina, seguito da altri, fra i quali uno o due - non è bene accertato - par= titi dalle inferiate delle carceri, nacque un panico enorme, un grande scompiglio e un fuggi fuggi d= ei cittadini, che erano colà a curiosare, non senza però che alc= uni di essi non restassero coinvolti nella mischia. Tra questi notiamo per ora = lo stesso gonfaloniere Moraschi, che ebbe il soprabito forato da una palla, e = il suo giovane figlio Antonio, salvatosi per miracolo. Ancor sembra di vedere = quest'ultimo venir giù di<= /span> corsa per la via Nuova, ora Cavour, senza cappello, in preda allo spavento, invocando aiuto e cercando un luogo ove rifugiarsi. Noi lo chiamammo dalla finestra invitandolo a salire in casa, ma egli non sentì la nostra v= oce ed infilò la porta della barberia Campi, ove restò finchè i suoi non andarono a prenderlo e ricon= durlo in famiglia...

Le due sentinelle garibaldine, che erano di fronte alla breve scalinata che immette, da un lato, nella piazza del Governo,

tiratesi in disparte, spara= rono anch'esse; una però fu stramazzata subito al suolo ferita mortalment= e. Gli altri volontari, prese = incontamente le armi, si disposero alla difesa.

Il Blenio che era armato di doppietta, di pistola a due colpi e di un piccolo pugnale, riavutosi subito dalla sorpresa di questo subitaneo attacco, coi gesti e colla voce si die= de ad animare i suoi al combattimento. Spianò poscia prontamente la sua do= ppietta contro il Desclèe, che contemporaneamente sparava un colpo di rivolt= ella contro il Blenio, ferendolo leggermente, mentre questi, al primo colpo di doppietta, che non esplose, faceva seguire il secondo. = Ma anche questo gli fallì, perchè il Desclèe, nel serrarglisi addosso, con un rapido colpo della mano sinistra deviò l'arma puntata contro di lui. Essi allora, dal pari forti e coraggiosi, venuti a contatto l'uno c= on l'altro, ingaggiarono una lotta corpo a corpo. Nel duello aspro e feroce ch= e ne seguì, parve sulle prime avere la peggio il Desclèe, che fu rovesciato presto a terra, quantunque trasse seco nela caduta il suo avversario e ricevesse da esso due pugnalate, una alla testa e l'altra alla spalla con leggere ferite, nello stesso tempo che gli lanciava, senza però arrivare a ferirlo graveme= nte, colpi di baionetta il sergente garibaldino Ansini, accorso in aiuto del suo capitano. Ma, sebbene f= erito, il Desclèe riuscì con uno sforzo supremo, a liberarsi dalle strette poderose del nemico, e, levatosi celeramente in piedi, fattosi un indietro, quasi a bruciapelo, esplose due colpi di rivoltella in pieno petto del Blenio, che = era sul punto di avventarsi nuovamente contro di lui col pugnale in mano. Il Bl= enio barcollò un momento, s'appressò al muro quasi a cercare soste= gno, ma presto si piegò sulle ginocchia e si abbandonò come morto. Dopo pochi minuti, con un ultimo sforzo provò a sollevarsi, e con gli occhi sbarrati e i pugni chiusi fece atti

di minaccia, proferendo par= ole che, udite dagli astanti, si riferirono poi e si qualificarono per imprecazioni e bestemmie. Fu allora, che, colpito più d'una volta col calcio di un fucile alla testa, il Blenio si passò la mano sulla fronte e ricadde= di botto, contorcendosi nelle convulsioni dell'agonia e

balbettando alcune voci, ch= e gli morirono nella strozza con un rantolo cupo e soffocato.

Vollero alcuni che dicesse:= - Diavolo, aiutami. - Altri: - Dio, aiutami. -

Chi riferì il vero?.= .. Noi, pur non avendo dati sicuri per bollare di falso i primi, incliniamo a crede= re ai secondi; giacchè facciamo notare le p= arole del P. Franco, non certo sospetto, il

quale afferma che "Nell'infelice Blenio non era al tutto cancellata la fede, né la morale onestà, né il nobile sentire".

Questa fu la fine del capitano Emilio Blenio, il quale= , se pianto da molti, fu lodato da pochi; imperocché la sua temerit&agrav= e;, se in mal punto adoprata, anche dagli ammiratori, piuttosto che valore, reputasi follia.

Intanto che fra il Desclèe e il Blenio si comba= tteva il fiero duello, che abbiamo descritto, zuavi, gendarmi e squadriglieri irruppero disordinatamente nella piazza, e, come presi da pazzo furore, alc= uni sparavano, altri incalzavano a baionetta.

Alle grida di spavento dei fuggenti si univano quelle minacciose dei combattenti, delle querule dei moribondi e dei feriti, e tra questi ultimi più di uno dei cittadini, che, non essendo riusciti a porsi in salvo, si trovarono per m= aleaugurata sorte coinvolti in quel tremendo parapiglia. Dalla gente che si era affacciata alle finestre intorno, si urlava, si piangeva, si chiamavano per nome coloro che erano giù nella piazza in mezzo alla confusione e al disordine. Furono momenti di terrore!...

Un gruppo di garibaldini, sulla porta di una bottega, stavano già per scaricare i loro fucili, quando gli zuavi gli saltar= ono addosso e minacciandoli con la punta delle baionette li costrinsero ad abbassare le armi e darsi prigionieri.

Il luogotenente Serafino De Giorgio, il sergente Gaeta= no Ansini e il milite Loreto De Luca, dopo aver sostenuto l'assalto, persuasi di andare incontro a sicura morte qualora si fossero ostinati in una inutile resistenza, ma pure sd= egnosi di arrendersi, si fecero largo con le armi e riuscivano a salvarsi dal furo= re dei pontifici. Il De Giorgio e il De Luca, scesa= una

scala di legno che dalla pi= azza del Governo metteva nella via

sottostante, ora Cadorna, si precipitarono da un muraglione e

si nascosero in un orto, ov= e, a suo tempo, li ritroveremo. II sergente Ansini, che = ebbe sfiorato da una palla il centurino e forata la giberna, poté raggiungere incolume la piazza vicina di S. Andrea ed entrare nel seminario, di cui gli fu aperto il portone dalle sentinelle garibaldine, che n'erano a guardia.

Altri volontari, riflettendo che ogni resistenza si sa= rebbe infranta di fronte al numero soverchiante dei pontifici, in quel trambusto = di uomini e di cose si allontanarono inosservati dalla piazza del Governo, e provvidero alla propria salvezza risalendo la montagn= a. I rimanenti, accerchiati dai pontifici e minacciati di morte, qualora non avessero deposte le armi, c= redettero bene di arrendersi.

Il conflitto fu breve, ma f= eroce. In esso rimasero morti: il capitano Emilio Bleni= o di Milano e i due garibaldini Panara Antonio di Ce= rchio (Aquila) e Grotti Lorenzo di Cremona, non che il sublacense Pietro Cittadini di Tomasso, di anni 28, mezzo scemo, il quale a= veva fatto da guida alla colonna garibaldina dalla piazza del campo a quella del Governo. Restarono feriti: il tenente dei zuavi = Giulio Desclèe piuttosto gravemente; il maresciallo Marella dei gendarmi, c= he ebbe da una palla sfiorata la fronte, e i tre sublacensi: Angelo Cenciarelli servo del Comune, il quattordicenne Anton= io Fedele di Andrea, che in conseguenza delle ferite ricevute, moriva il 21 de= llo stesso mese di ottobre, ed Agostino Lollobrigida di Benedetto, di anni 18. = Quest'ultimo che aveva preso in qualche maniera le di= fese dei garibaldini, nel fuggire fu raggiunto da una palla zuava, che gli perforò il piede sinistro. Gli si dovette in seguito amputare la gam= ba, e restò così infelice per tutta la vita.

Tra pontifici e cittadini vi furono altri feriti legge= rmente e non pochi contusi.

Se non si ebbe a lamentare un più copioso sparg= imento di sangue, lo si deve al fatto che alcuni fucili= dei pontifici e dei garibaldini non fecero fuoco, perché inumiditi dalle= dirotte

piogge cadute sulla montagn= a. Ci fu riferito che lo stesso Desclèe, prima di trarre un colpo della sua rivoltella, tirasse il grilletto più di una volta.

Intanto, come è faci= le immaginare, la notizia dell'avvenuta sanguinosa fazione era corsa rapidamen= te per tutta la città. Ma quale fu l'impress= ione che questa ricevette? Quale il contegno che serbò innanzi a fatti sì dolorosi e raccapriccianti? Si potrebbe prestar fede a chi volesse equiparare Subiaco, in quella circostanza, ad una tribù barbara e selvaggia che guazza, per così dire, in mezzo al sangue delle vittime anche cittadine, e, gongolante di gioia = per la strage avvenuta, prorompe in festosi evviva? Eppure tanto si scrisse e tant= o si fece credere al mondo civile da storici che pur si teng= ono per gravi e

autorevoli e da corrisponde= nti di giornali del tempo, che si dicevano seri e ben informati!

Ci duole citarne qualcuno, ma il sentimento del rispet= to che abbiamo verso di loro, è sacrificato dall= 'amore che sentiamo vivissimo pel nostro luogo natio.

Il Franco scrive così `'I cittadini lentamente aprivano le fenestre, e, assicurati della sconfitta degli avversari, alzarono voci di giubilo e di plauso, che in breve propagandandosi di casa in casa, pareva una voce sola = d'un popolo intero, acclamante Viva Pio IX! Viva gli zuavi! Viva la truppa!"= ;

Il Mencacci - La mano di D= io - asserisce che "un grido unanime e prolungato di Viva Pio IX Pontefice e Re! emerso dalla popolazione accorrente, coron&o= grave; l'istantanea vittoria".

E il Giornale di Roma nel 13 ottobre scriveva "si attaccò allora un accanito conflitto, nel quale rimase la piena vitt= oria ai nostri soldati, che liberarono il Governatore, il Vescovo e la citt&agra= ve;, la quale in quel trambusto sollevò grida di giubilo e di evviva a Pio IX Papa e Re e alla truppa pontificia".

Ma è possibile travi= sare così i fatti? Oh!... l'osservazione dello storico Cesare Balbo, da noi citata nell'esordio del nostro racconto, ci se= mbra che qui quadri proprio a capello. E difatti &egr= ave; purtroppo vero che, quando si è in tempo di disordini e di rivoluzio= ni, è difficile scrivere e leggere bene, posatamente e con la ragione; allora si scrive e si legge con la passione del momento, e sarebbe perciò meglio non scrivere e non leggere.

Noi non intendiamo, né possiamo, per amore della verità, non solo negare, ma neppure revocare in dubbio la profonda e l'attaccamento sincero, onde il popolo di Subiaco prose= guiva in Papa e il suo governo: affermiamo che lo slancio spontaneo e generale d'entusiasmo, suscitatosi nel popolo, e i suoi festosi evviva non sono, non ostante quella devozione e quell'attaccamento, = che mostruoso parto di menti malate. Se sulla piazza= del governo, e non altrove, si udirono degli evviva a Pio IX e alla truppa, que= sti partirono dagli squadriglieri che, a cose finit= e, si atteggiavano a trionfatori, e da quei cittadini che, in preda allo spavento, cercarono di salvarsi dal furore dei pontifici.

Concludendo, siamo in grado= di proclamare che il popolo sublacense, senza mancare al rispetto dovuto ai su= oi governanti, non venne meno, in quella luttuosa circostanza, a quei nobili sentimenti, che si addicono a popoli civili ed educati.