“Bambini senza infanzia “
di Grazia Honegger Fresco-
Scuola Montessori - Varese
Osserviamo
un gattino che corre dietro a una foglia o che salta intorno alla coda della
madre. Ci incantano la gratuità del movimento, il gusto per l’esplorazione.
Perché agisce così? È attività futile o ha un senso ai fini dello sviluppo?
Nell’infanzia di ogni cucciolo di mammifero – e non solo – fattori biologici e
psicomotori si incrociano, mossi da elementi esterni che suscitano curiosità,
come una foglia che vola via: il movimento, nato dall’interno dell’individuo,
si dispiega nell’ambiente. Altrettanto avviene per la nostra specie: anche i
continui movimenti del bambino hanno finalità strettamente connesse al suo
sviluppo corporeo e mentale. Nessuna azione, nessun movimento, tanto più se
spontaneamente ripetuti, sono inutili. Noi però svalutiamo e interrompiamo il
suo agire, tanto ci appare poco importante. Ciò che inventa egli stesso non ci
sembra significativo ai fini dell’esperienza e dell’apprendimento, per cui ci
riteniamo autorizzati a dirigere i suoi interessi, a “stimolarlo”. Stimolare:
ecco un verbo aggressivo che contiene il concetto di bambino vuoto che
si anima solo quando l’adulto lo dirige, gli insegna, gli fa fare questo o
quello. Un verbo che ha inquinato tutta l’educazione occidentale in nome
dell’efficienza.
I
più piccoli che non hanno ancora la parola ci sembrano i più difficili da
capire. Quando inizia a emergere questa loro voglia di agire, di sperimentare?
Un lattante che succhia dal seno della madre, afferra con la bocca il capezzolo
e lascia andare, lo prende ancora, succhia e la guarda. Il suo piccolo corpo
sembra partecipare tutto a quel piacere, a quel grande conforto. Oppure un bambino di 4 o 5 mesi che ha appena
scoperto le sue mani: le muove, ruota le dita e intanto le guarda con molta
partecipazione. Qualcuno lo interrompe e gli mette un sonaglio fra le
mani, ma lui lo lascia cadere e riprende la contemplazione di quei piccoli
movimenti.
Si
dice dei bambini che “non stanno mai fermi”: in effetti non possono, non
devono. Guardare, ascoltare, muoversi, afferrare un oggetto, tutto è
esplorazione, un fare che dà consapevolezza e piacere, meraviglia della
scoperta e conferma delle proprie acquisite capacità, bisogno insaziabile di
conoscere, di sperimentare, di sbagliare per rifare bene.
Noi,
gelidi descrittori, siamo ciechi, indifferenti o peggio, svalutiamo le attività
naturali dei bambini. Ci sembrano assurde, improduttive e invece ci dicono
tante cose di lui e di lei,
di come si arrangino a usare con intelligenza ciò che gli serve per capire il
mondo e al tempo stesso – nel loro fare/disfare – trovare appagamento e
rassicurazione.
Queste
forme di gioco spontaneo che a noi paiono una perdita di tempo e come tale le
trattiamo, coincidono con il vivere e con il crescere per intuire a poco a poco
il funzionamento del mondo e il rapporto tra cose e persone, tra oggetti
inanimati ed esseri viventi. Noi, genitori ed educatori, lo blocchiamo
sistematicamente, “per il suo bene”, interrompendolo, mettendogli nelle mani un
stupido computer-giocattolo perché impari per tempo che le azioni umane non
sono multiformi e sempre nuove, ma vanno ridotte a premere qualche pulsante.
Oggi
purtroppo i nostri bambini giocano sempre meno, spinti sempre più in anticipo a
rinunciare all’infanzia: tutto quello che fanno, a casa come a scuola, deve
essere produttivo, finalizzato a risultati valutabili. Gli esiti sono
disastrosi. Da un lato la tv, elettrodomestico ad altissimo rischio, pessima
maestra ormai involgarita oltre misura, che condiziona il pensiero, riduce
l’immaginazione producendo passività e stupidità. In definitiva uccide il gioco
originario, quel potente strumento di crescita e di creatività che ogni bambino
o bambina ha dentro di sé come dono fondamentale fin dalla nascita e che
sviluppa – se glielo permettiamo – in modo personalissimo. Dall’altro, in
questa società che traduce tutto in potere d’acquisto, il gioco è diventato didattico
(deve sempre insegnare qualcosa) o sportivo (finalizzato a risultati
misurabili o alle degenerazioni “tifose”) o anche ozioso, non nel senso nobile dei filosofi classici, ma come fuga
dalla responsabilità e dal rischio (gli adulti sono maestri, in questo). Conta
la competizione, non più il piacere di giocare, e a quella, fin dai primi anni,
vengono spinti figli e allievi, nipoti e ospiti occasionali, trasformati
anzitempo in piccoli
adulti:
imparano precocemente a monetizzare tutto, a mercificare e a mandare a profitto
anche le relazioni più significative.
Anticamere del bullismo,
come la tv è anticamera della droga: nel vuoto della mente si insinuano
richieste fuori tempo e fuori luogo, estremamente pericolose. Difficile porvi
rimedio durante la seconda infanzia o, peggio, nell’adolescenza, quando già
agli inizi della prima (0-3 anni) il condizionamento è stato così forte.
Un
grande educatore come il francese Arno Stern già da anni denuncia la fine precoce
e sempre più accentuata dell’infanzia, l’annullamento di quel tempo gratuito in
cui tutto si fa per il puro piacere di fare, per riconoscersi nel gioco di un
altro o nella storia che si inventa giocando con sassolini e pezzi di legno,
con una vecchia scatola o con un sacchetto pieno di ritagli colorati. Questo
vale, sostiene Stern, anche per il gusto di tracciare liberamente segni senza
che qualcuno cominci a domandare: “Che
hai voluto fare?” o anche:
“Perché hai fatto il sole viola?”, (e Kandinskj non “osava” cavalli
verdi? E Chagall e Picasso?…), pronti a indagare se quel rosso sbaffato di nero
o quel comignolo storto indichino sintomi a fini diagnostici. Cosi anche il
gioco splendido delle tracce di colore diventa compito e oggetto di giudizio,
di confronto. Non li ascoltiamo e vogliamo addomesticarli a modo nostro,
esplorando (inutilmente) i loro segreti più profondi; in realtà restiamo solo e
sempre alla superficie, avendoli però offesi con le nostre intrusioni.
La fine dell’infanzia e del gioco, preannunciata da autori come
Neil Postman e Marie Winn che ne leggevano i segnali già evidenti oltre
vent’anni fa nelle città americane, eccola puntuale qui da noi. “Di tutti i cambiamenti che hanno alterato la
topografia dell’infanzia il più drammatico è stato la scomparsa del gioco
infantile”, scriveva
Quanto agli oggetti –
complici gli adulti che schivano ogni possibile conflitto con loro – figli o
allievi crescono nella fiera dell’inutile e del possesso fine a se stesso, già
orientati a sentirsi più forti solo perché collezionano “roba”, oggetti, merce.
Non abbiamo messo già le radici a tutti i mali del mondo che si fondano appunto
sul contrasto tra chi ha e chi non ha, su una maggiore o minore sicurezza
basata sul possesso, allenando fin dai primi anni alla competizione e alla
paura di non farcela?
Lo stillicidio delle cause che sottraggono l’infanzia ai bambini
non si esauriscono certo qui: case sempre più piccole, l’erosione crescente di
spazi pubblici e liberi, di parchi cittadini sicuri ed esplorabili a vantaggio
di piazze e di strade invase dal traffico, la colonizzazione di ogni spazio e
di ogni relazione da parte di educatori di professione, per non parlare della
velocità che abbiamo impresso ai ritmi della vita quotidiana in famiglia e
nelle istituzioni educative…
Discorsi
che ci portano lontano e che tuttavia, pensando alla salute dei nostri bambini,
non possiamo non tenere presente: la gratuità del gioco infantile va preservata
come un bene prioritario per noi e per il futuro della nostra specie, per i
bambini sani come per quelli che devono affrontare percorsi di malattie e di
sofferenze. Ci sostiene la fede che un bambino è sempre tale e che il gioco offrirà
sempre una via di fuga, una possibilità di “salvezza”: anche se inquinato da
esperienze di passività, potrà sempre, se sapremo creare un ambiente libero e
relazioni più limpide, riaffiorare con la sua forza rigeneratrice e il bambino
riscoprirne, con una sorta di reminiscenza atavica, il piacere vitale.
quadernomontessori@fimail.org
Allieva e divulgatrice di
Maria Montessori e di Adele Costa Gnocchi, Grazia Honegger Fresco è maestra,
pedagogista e formatrice. Ha fondato
Case dei Bambini e Nidi montessoriani,
ha diretto il Centro
Nascita Montessori di Roma per vari anni ed è condirettrice della rivista Il quaderno Montessori. Ha pubblicato
diversi libri, tra cui i più recenti Maria Montessori, una storia attuale,
per L’ancora del mediterraneo e I
figli, che bella fatica! nelle Edizioni dell’Asino .