Convegno di  studi – L’alba e il tramonto della Sinistra Cristiana

 

 

 

Testimonianza di

don Paolo PECORARO

 

 

    Mi resta da dire poco perché molte cose che avrei voluto dire io le ha dette Adriano Ossicini e le ha dette Gabriele De Rosa. Con questi due ultimi interventi non posso non essere d’accordo. Effettivamente negli anni ’35–’40, noi cattolici militanti nell’Azione Cattolica eravamo potenzialmente forti, non solo per l’organizzazione, ma perché la nostra era l’unica organizzazione non conglobata nel regime fascista. Ho detto potenzialmente forti, ma in realtà forti soprattutto per anima, per cultura, che erano state coltivate lungamente a grande livello, nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle attività dei circoli cattolici, nell’apostolato organizzato.

Mi ricordo che addirittura andavamo a predicare al mattatoio, da quelli che ammazzavano le bestie in occasione della Pasqua, e in altri ambienti simili; poi c’erano le iniziative della FUCI sul terreno culturale. Che non erano solo inutili dibattiti, come spesso succede, ma cercavano di confrontare la cultura universitaria con il pensiero cattolico. E con ottimi risultati.

Questa forza attendeva di essere guidata, anche contro le tirannidi, ma non si muoveva nessuno. I cattolici attendevano, aspettando che Hitler morisse di polmonite, e questo non ci andava giù. Quando venne Hitler a Roma nel 1938 avevano parato tutte le sue strade che pareva l’ultimo giorno di Carnevale, avevano fatto la stazione apposta per lui. Io mi ricordo rifeci tutto il percorso che aveva fatto Hitler mentre la gente se ne andava, per mettermi a litigare con quei preti che incontravo e con quegli altri militanti cattolici che conoscevo, per rimproverarli di essere andati lì ad accettare l’arrivo di questo mascalzone.

Noi volevamo realmente realizzare noi stessi come coerenza morale, volevamo difendere con un concreta testimonianza la credibilità della Chiesa. Mi ricordo con grande dolore di alcuni ragazzi che militavano con noi i quali a un certo punto mi dissero che loro avevano abbandonato la fede e si erano messi a fare gli antifascisti insieme coni comunisti, clandestinamente. Ebbi un grande dolore da ciò perché mi pareva che la nostra testimonianza morale, politica fosse stata insufficiente per far capire ai deboli che essere cattolici non significava essere seduti tranquilli a giocare a tresette. Noi volevamo poi che nella Chiesa fosse considerata e onorata la gente del popolo: questo deve essere sempre, ed è stato sempre in qualche modo, ma in una società nella quale conta solo chi sta ad un certo livello economico e sociale, succede purtroppo che pure nella Chiesa chi non sta a quel livello conti di meno. Il Vangelo dice il contrario, però succedeva, e chissà se succede pure oggi, ma è un po’ più difficile perché l’altalena delle condizioni sociali varia parecchio. Noi temevamo la sirena del comunismo e volevamo salvarne la gente e per questo fine bisognava che la gente capisse che le istanze sociali del comunismo si salvavano ancora meglio dentro la Chiesa, ma non però per la via che veniva proposta allora, prima che cadesse il fascismo, negli ambienti più o meno direttivi delle parrocchie e delle diocesi, e dopo la caduta del fascismo dalla Democrazia Cristiana, che era certo un grande movimento, animato da ottime intenzioni, ma nella quale però non si esorcizzava sufficientemente la sirena del comunismo e del conseguente ateismo. Noi volevamo dare una testimonianza efficace del fatto che la Chiesa e il popolo non sono due cose contrarie tra loro, ma anzi profondamente compenetrate. Questa testimonianza poi è stata pagata negli anni successivi quando c’era l’occupazione tedesca, questo non è stato ricordato per modestia dalle persone che hanno parlato, ma io debbo ricordare la prima resistenza contro l’invasione tedesca a Roma, guidata da Adriano a Porta S. Paolo. Devo ricordare le figure di caduti, di morti ammazzati, fucilati dai tedeschi: Romualdo Chiesa ucciso alle Fosse Ardeatine; Anna Maria Enriques, del Partito Cristiano Sociale. Tanto per dire due nomi di questi due movimenti, che in quell’epoca cercarono di dare quella testimonianza di cui vi ho parlato.

Noi sentivamo confusamente l’esigenza, che oggi è riproposta anche dagli organi ufficiali, quali l’Avvenire, nelle riviste varie, di una società in cui i gruppi particolari, la famiglia, gli organi scolastici, avessero una funzione autonoma, dentro certi limiti, la capacità di reggersi e di dirigersi senza un intervento statale soffocante, che venisse a coartare le possibilità dei singoli e dei gruppi. In quel momento noi però credevamo, forse con un po’ di ingenuità, che per fare queste cose bisognava fare un partito e cominciò così quella altalena tra l’esigenza della purezza ideale e l’esigenza di avere dietro una massa. La massa la purezza ideale non ce l’ha. Questo fu allora per noi ciò che comportò tante contraddizioni.

Per andare oltre: sul materialismo storico e sul materialismo dialettico. Questa distinzione fu posta dall’opuscolo di Fedele D’Amico Il comunismo e i cattolici: è una distinzione che a noi sembrava utile, che rispondeva alle nostre istanze politiche e intellettuali, però devo ricordare anche la critica contro questa distinzione di Augusto Del Noce, che è stato uno dei pensatori maggiori di questo ultimo mezzo secolo. Ebbe un iniziale breve contatto con Franco Rodano, ma poi se ne staccò e scrisse anche criticamente contro le teorie di Franco Rodano. Egli riteneva che fosse un assoluto errore separare o distinguere il materialismo storico dal materialismo dialettico in quanto, diceva Del Noce, al di là, al di sopra della rivoluzione francese, della rivoluzione sovietica, del fascismo, dell’hitlerismo, del liberalismo, e in genere di tutti i sommovimenti politici di tipo rivoluzionario degli ultimi due secoli, al di là di questi si deve vedere la Rivoluzione con la R maiuscola, tendente per eccellenza a distruggere assai più che a costruire. Diceva, se non erro, Marx, ripetendo una frase di Anassimene, che “tutto ciò che esiste merita di morire”.

E’ significativa di quello che sia la rivoluzione per eccellenza, tendente a distruggere tutti gli istituti: lo stato, la famiglia, la Chiesa e tutte le conseguenti strutture, sulle quali strutture si è fondata e si è svolta la vita sociale e civile da sempre, e soprattutto dal Cristianesimo in poi.

Questa visione di Augusto Del Noce più che una visione politica mi sembra una visione apocalittica, nella quale si delinea quella apostasia generale che è prevista nei Vangeli e nelle lettere di Paolo e che riguarda ciò che deve precedere il giudizio finale. In tale quadro allora il marxismo non poteva che essere una religione e una religione fermamente ateistica. Allora, giustamente ha detto De Rosa, nessuno poteva pensare una direzione simile. Noi credemmo che il comunismo fosse una reazione contro la tirannide, lo sfruttamento; comunque conoscendo la dottrina della Chiesa in proposito non professammo mai il marxismo materialista. Neanche Rodano è arrivato a questo. Purtroppo lo devo dire, l’ho detto sulla rivista trimestrale dopo lo scioglimento della Sinistra Cristiana, non arrivammo mai a sostenere che fossero giuste e inevitabili le leggi abortiste. E’ inutile parlare del dopo, quando ognuno si è posto secondo le sue idee.

Fino allo scioglimento del ’45 eravamo tutti cattolici e tutti ben legati e impegnati nella difesa del dogma e della morale cristiani. Quindi parlare di due anime della Sinistra Cristiana è una espressione che può piacere, ma non mi sembra accettabile. Certo, c’erano tendenze varie: ognuno ha la testa sua, per esempio nessuno era cattivo come me.

Che cosa rimane, secondo me, anche se questo non dovrei dirlo, perché qui si fa storia, non si fa espressione di opinioni personali. Qualche cosa rimane tuttavia. L’unità politica dei cattolici è giusta o non è giusta? Noi eravamo contrari, perché quella attuata nel partito di De Gasperi ci pareva non coerente con la morale cristiana, in quanto si parlava molto della dottrina sociale della Chiesa, ma in realtà non mostrava di realizzarla in modo coerente. Certamente una unità politica dei cattolici è indispensabile quando occorre opporsi a deviazioni sul piano morale, che si stiano affermando nel terreno della vita politica. E queste deviazioni ci sono, basta vedere tutto quello che si è fatto per distruggere la famiglia.

Un’altra cosa credo di avere imparata da questa discussione fra materialismo storico e materialismo dialettico, e cioè che una volta di più ha ragione Aristotele, il quale dice che tutte le realtà terrene, umane, hanno due componenti: la materia e la forma, e si può facilmente dimostrare. Io parlavo a quei tempi di ilemorfismo storico, significa che appunto tutta la realtà storica consta di materia e forma, cioè è un contenuto plasmabile, entro certi limiti, e una motivazione ideale. Questo c’è in tutte le cose, anche quando una donna si appresta a preparare la cena. Un’altra cosa che ho dovuto dedurre, e questo ho dovuto dedurre da quello che non è stato detto e scritto, essere secondo me, se non la causa, l’occasione dello scioglimento della Sinistra Cristiana. Verso la metà del ’45 si costituì la cosiddetta Consulta Nazionale, perché non era possibile eleggere i deputati, bisognava fare prima le leggi costituzionali. Bisognava fare la Costituente, e allora, con funzioni consultive, fu messa in funzione la Consulta Nazionale, che era a Montecitorio: era composta dagli elementi dell’antica camera dei deputati, che era prefascista, e dagli esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale, che erano di sei partiti: la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito d’Azione, il Partito Liberale e la Democrazia del Lavoro. Quest’ultima è quella che uno cerca, ma non sa che è, perché non esisteva. Era rappresentata da quattro o cinque esponenti massonici, e stava nella Consulta Nazionale, con i propri rappresentanti. Noi che avevamo rischiato in tutti quegli anni precedenti e che avevamo certissimamente una dimensione molto superiore alla Democrazia del Lavoro, tutti fuori, nessun rappresentante nella Consulta Nazionale, perché non era interesse né dei democristiani, né dei comunisti che la Sinistra Cristiana avesse una sua qualche rilevanza. E in quella occasione masticammo un po’ amaro e ci accorgemmo che quando uno è più debole e si trova tra persone troppo più forti finisce per essere o un loro servitore o messo alla porta. Questa esperienza cosa comporta? Una conseguenza molto importante, cioè dobbiamo fare il nostro dovere, come la coscienza illuminata dalla fede ci può suggerire, anche se siamo rimasti soli. Non importa che una cosa giusta la faccia uno o la facciano in mille, la deve fare.

D’altra parte noi sappiamo, e la storia ce lo attesta, che le più grandi manifestazioni di valore spirituale, di santità, d’incidenza nella storia, sono state fatte da pochi. Su questo terreno chi ha voluto dare la propria testimonianza, non è stato mai impedito di farlo. Penso a S. Francesco, egli è un uomo profondamente polemico contro i personaggi in auge nel suo tempo, politici ed ecclesiastici, eppure nessuno lo ha scomunicato. Ha lasciato una impronta che è certamente maggiore di quella che può aver lasciato perfino S. Luigi di Francia, che visse in quell’epoca, o poco dopo, ed era un uomo di valore. Come mai questo? Perché lo spirito conta di più; ed un’altra cosa devo precisare, e cioè che tutta questa esperienza mi ha insegnato che l’uomo solo non ce la fa. In fondo il Partito Comunista con tutta la sua storia è stata la più grande attuazione dello sforzo dell’uomo di fare una ‘Città dell’Uomo’, a misura di uomo, e non ce l’ha fatta. Anzi è diventata la cosa peggiore di tutti gli anni di questo secolo. Questo significa che l’uomo da solo non ce la fa. L’uomo da solo può spendersi più che può, ma ha bisogno di aprirsi alla Grazia soprannaturale. Se questa viene rifiutata, o addirittura respinta, non si deve far altro che prendere atto della rovina, della deformazione e della putrefazione anche delle idee più belle. A questo proposito devo rispondere a qualcosa che ho sentito e cioè che il Regno di Dio su questa terra lo vogliono realizzare alcuni. C’è un problema: il Regno dei Cieli lo dobbiamo fare qui, o dobbiamo aspettare a braccia conserte che ce lo dia il Signore, quando verrà a giudicare i vivi e i morti? La dottrina teologica ha da sempre detto che il Regno dei Cieli non è né fatto né escluso, è da farsi ,qui è realizzabile ed  ognuno di noi lo può fare da parte sua facendo il suo dovere.