La cultura
della scuola di tutti
Quando
parliamo di “cultura della scuola” siamo subito portati a pensare a
tutto ciò che attiene alla didattica, alle sue modalità e ai suoi
contenuti. In realtà, sappiamo bene che la scuola produce e trasmette
cultura anche col suo modo d’essere “comunità
educante”, col suo stesso modello organizzativo e gestionale, col dare
senso, insomma, alla sua funzione istituzionale, ponendo a fondamento della
propria attività principi e regole di democrazia, di partecipazione, di
responsabilità, di autoprogettazione. Ricordiamo tutti quale
novità rilevantissima costituì, da questo punto di vista,
l’introduzione degli organi collegiali. Le considerazioni che vi propongo
intendono, perciò, porre attenzione contestualmente e tenere insieme sia
aspetti di ciò che definisco come “forma-scuola” sia
questioni relative ai contenuti dell’insegnamento/apprendimento.
Da circa un decennio la “forma-scuola” che caratterizza il
nostro sistema di istruzione coincide con una parola-chiave: autonomia. Forse
è giunto il momento di valutare criticamente gli esiti di questa
esperienza decennale. Possiamo dirci soddisfatti di un certo modo d’intendere
l’autonomia scolastica, che abbiamo visto prevalere in passato, come se
si trattasse dell’apertura di un vero e proprio mercato dei saperi,
protagoniste le singole istituzioni scolastiche, messe persino in concorrenza
tra loro e impegnate in un’affannosa caccia alle risorse, sempre
più scarse ed erogate prevalentemente sulla base di parametri
quantitativi? Pensiamo semplicemente al lessico utilizzato e
all’ideologia che da esso traspare: dall’orribile definizione di
“offerta formativa” al famigerato “portfolio” morattiano.
Ecco, a me pare che qui ci si misuri con un fondamentale nodo culturale,
destinato a farsi ancora più stringente con l’imminente, piena
applicazione del riformato titolo V della Costituzione. E’ troppo
chiedere che si riconsideri l’intera questione dell’autonomia
scolastica, ridando centralità al “progetto educativo”
piuttosto che all’ “offerta formativa” e assegnando un ruolo
fondamentale ad un serio e trasparente sistema di valutazione nazionale, capace
di premiare davvero la qualità del processo educativo e dei suoi
risultati? Un siffatto contesto
renderebbe certamente più appetibile e diffusa l’organizzazione e
la pratica di una didattica di qualità, previa definizione in sede
nazionale di chiari obiettivi di apprendimento da raggiungere a conclusione di
ogni ciclo, nonché di criteri e parametri a ciò finalizzati.
Penso, perciò, ad un’autonomia che consenta di liberare il
tempo-scuola dai rigidi schematismi disciplinari, divenuti davvero
anacronistici per una scuola che deve darsi come obiettivo primario quello di
combattere analfabetismi ed emarginazione culturale e dunque impostare
un’educazione che possa continuare lungo l’intero arco della vita;
penso ad un’autonomia che permetta all’insegnante di fare
effettivamente l’insegnante e non il burocrate, dedicando cioè
all’aggiornamento e all’autoaggiornamento buona parte di quel tempo
così spesso utilizzato per adempimenti superflui e frustranti; penso,
infine, ad un’autonomia che possa prevedere aggregazioni di alunni
diverse da quella, tuttora prevalente, della “classe”, residuo di
una organizzazione didattica riecheggiante istanze anagrafiche degne di un
“ufficio leva militare”
più che di un’istituzione scolastica attenta, come dovrebbe
essere, agli interessi culturali, alle capacità, alle attitudini, alle
motivazioni dei singoli discenti e al successo educativo da garantire a tutti.
Se si potesse dar vita ad una siffatta autonomia, allora, forse, mettendo a
punto nuovi strumenti e nuovi criteri per la certificazione del sapere
acquisito, i titoli di studio potrebbero recuperare quel significato e quel
valore che oggi sembrano aver perso irrimediabilmente. In tale contesto,
sarebbe altresì auspicabile che i tanti teorici e sostenitori della
scuola “modello aziendale” (sempre così sensibili a temi quali
la “managerialità” e la “produttività”)
si rendessero conto del fatto che il modello produttivo al quale, più o
meno consapevolmente, si ispirano,
quello fordista caratterizzato da una piatta e uniforme sequenzialità,
è tramontato da un bel pezzo.
Per venire ai contenuti
dell’insegnamento/apprendimento, penso che bisognerebbe, innanzi tutto,
porsi nell’ottica di un vero e definitivo superamento di quel che ancora
resiste (e non è poco!) dell’impianto gentiliano del nostro
sistema di istruzione. Trovo, ad esempio, del tutto anacronistica la rigida
separatezza, che per molti versi permane, nell’insegnamento di saperi
scientifici e saperi umanistici. Ma non basta andare oltre Gentile. Occorre
davvero, a questo punto, ripensare in profondità i contenuti e gli
strumenti della didattica.
Il compito più urgente, in una società che vediamo sempre
più schiacciata sul presente, sul contingente, sull’effimero, mi
sembra quello di restituire memoria del passato e prospettiva di futuro alle
giovani generazioni, assumendo come principio formativo che la coscienza di
sé si costruisce attraverso la rete delle relazioni umane e non
attraverso le reti telematiche o informatiche. Avere coscienza di sé
vuol dire “saper essere” piuttosto e prima che “saper
fare”, anche perché non ha più molto senso inseguire
singole tecniche e “competenze”, dal momento che, come sappiamo,
esse sono sempre più destinate a rapida obsolescenza: a questo obiettivo
primario (il “saper essere”) andrebbe, dunque, finalizzata la
scuola dell’obbligo (per la sua intera durata), privilegiando una
didattica che invogli anche a “sapere perché” (non soltanto a “sapere
che”), e concepisca –come è stato detto- “teste ben
fatte” piuttosto che “teste ben piene” (Montaigne), rivalutando, dunque, il sapere critico,
condizione essenziale perché si sviluppi l’attitudine alla ricerca (in
alcuni) e alla responsabilità delle scelte (in tutti). Educare alla
responsabilità vuol dire anche porsi il problema dell’educazione alla cittadinanza,
compito essenziale per un sistema scolastico pubblico e laico: opportunamente,
il tema torna oggi d’attualità, data la recente individuazione da
parte del Ministero delle “competenze chiave” per la cittadinanza
attiva, che dovranno essere acquisite nell’ambito della nuova scuola
dell’obbligo; viene così recepita una Raccomandazione
dell’Unione europea ed è auspicabile che questa importante
novità non sia vissuta come un “di più” che si
aggiunge in coda a tutti gli altri compiti didattici (alla maniera, per
intenderci, della vecchia “educazione civica”), ma rientri a pieno
titolo tra gli assi culturali fondamentali di un rinnovato “fare
scuola”, sapendo cogliere le inedite opportunità educative
derivanti dall’obiettivo (possibile) di fornire “competenze”
non solo al cittadino italiano o europeo, ma al “cittadino del
mondo”. Va collocata a questo livello e in questo contesto la
realtà di una scuola tendente a divenire sempre più multietnica:
la conoscenza, l’ascolto, la comprensione dell’altro possono e
devono diventare il terreno privilegiato per una non retorica educazione alla
pace, alla solidarietà, al pieno rispetto dei diritti umani. Ma non è forse qui la chiave per
fare uscire finalmente dalla “provincia” la nostra scuola? Intendo
dire che nell’educazione scolastica d’oggi deve necessariamente
entrare una “lettura” del mondo globalizzato e delle sue
contraddizioni: per esempio, mi sembrerebbe quanto mai opportuno far acquisire
alle nuove generazioni una “cultura del limite” (da intendere nel
senso più lato possibile), che possa, tra l’altro, mettere in mora
nella coscienza diffusa e profonda del Paese ogni impostazione di tipo
“sviluppista”, dando nuovo senso alla parola
“progresso”. Spalancare
le finestre della scuola alla realtà del mondo contemporaneo deve voler
dire prendere in considerazione la produzione di nuovi saperi e nuovi
linguaggi, nonché la mutata percezione del tempo e dello spazio (in
particolare, per ciò che concerne la comunicazione). Serve, cioè,
davvero una scuola capace di leggere i cambiamenti indotti dalla scienza, dalla
tecnica, dal sociale e dall’economico a ritmi sempre più intensi.
Si tratta di una scommessa, ma decisiva per le stesse sorti del Paese.
D’altra parte, dove se non nella scuola è possibile investire
seriamente sul futuro? Lo si ripete retoricamente fino alla noia, ma poco si
riflette sul fatto che le prospettive sociali (e in particolare quelle delle
giovani generazioni) verso il futuro sono radicalmente mutate rispetto a
qualche decennio fa. Oggi come non mai la scuola deve preparare a ciò
che non ha ancora un volto. E deve farlo con la capacità di dar vita a
inediti intrecci tra passato e futuro, tra memoria e progetto. Anche di questo
ci parla il continuo estendersi di quel periodo del tutto peculiare
dell’esistenza, la giovinezza, in cui è necessario accumulare e
immagazzinare potenziale di futuro, data l’impossibilità di
prevedere e programmare un
avvenire, che appare sempre più
incerto e spalancato.
I giovani vivono sulla propria pelle una vera e propria “crisi
dell’avvenire”. Ma più l’avvenire diventa
imprevedibile, più ci responsabilizza e ci rimanda alla fredda sicurezza
che siamo noi a farlo nascere dall’intreccio infinitamente complesso
della nostre azioni. Siamo autori di una storia che nulla e nessuno determina
dall’esterno e che non comporta che una sola incognita: quella
rappresentata da noi stessi. Non perché sia
“vietato pensare al futuro”, come qualcuno sostiene, ma
perché il futuro è diventato impensabile. Trovo esattamente in
questo il motivo per il quale la scuola non può che essere
“laica”, vale a dire non solo formalmente garante di un reale ed
effettivo pluralismo, ma culturalmente e fattivamente impegnata a promuovere
l’uso della ragione.
Infine, se mi si chiede di
calare in una dimensione di tipo “disciplinare” queste riflessioni,
ritengo che bisognerebbe fare della filosofia (o se si preferisce, della storia
del pensiero umano), dell’analisi dei linguaggi (si badi: non solo
l’analisi linguistica né solo quella della lingua italiana; penso
al linguaggio dei media, a quello cinematografico, a quello del messaggio
pubblicitario ecc.), della matematica e delle scienze (con l’ovvio
approfondimento delle relative evoluzioni storiche) gli assi culturali portanti
di una scuola profondamente rinnovata. Ritengo che le aree disciplinari e gli
assi culturali individuati dal Ministero P.I. per l’avvio dei nuovi cicli
dell’obbligo possano costituire, se interpretati secondo un’ottica
del tutto innovativa rispetto alla vecchia logica dei “programmi ministeriali”,
un’occasione forse irripetibile per “rifare” la scuola o
almeno per provarci. Anche l’aver previsto una sequenza curricolare che
si sviluppa verticalmente dai 3 ai 16 anni di età e l’aver
riaggregato conoscenze e saperi in aree fortemente pluridisciplinari può
costituire una premessa importante per innovare l’intero sistema.
Gennaro Lopez
Settembre 2007.