Dopo 150 anni in Italia si parla italiano
Luca Serianni
"Centocinquant'anni di lingua italiana" è il titolo
della lectio magistralis che viene tenuta nel
pomeriggio del 31 gennaio all'università di Roma La Sapienza. Il relatore ha
anticipato al nostro giornale una sintesi della sua prolusione.
L'Osservatore Romano 31
gennaio-01 febbraio
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neologismi scherzosi: "Rebastino")
e di ricorrere al registro alto con consapevole funzione affettiva ("rude
rampollo" detto del nipotino); e pazienza se "po'" è scritto
senza apostrofo e si confondono "gli" e "le": "La
vostra 10-8. è stata un po lumacona nel camminare ma
veramente la strada è un po lunghina
e noi che l'abbiamo fatta su una interminabile tradotta ne sappiamo qualche
cosa (...). Vorrei vedere il rude rampollo nelle sue prime passeggiatine e le
auguro di venire un camminatore istancabile come il suo zio soldato permanente (...) Questa fortuna io non la
auguro al mio piccolo Rebastino". Oggi la
situazione non è certo peggiore del 1940, nonostante certo diffuso
catastrofismo. Non ci sono solo aspetti critici (doverosamente additati, ma
anche amplificati, dai giornali); gli insegnanti italiani in genere sanno fare
il loro mestiere e la lamentata "fuga dei cervelli" è insieme una
denuncia dell'università italiana, che offre pochi sbocchi ai migliori, e un
riconoscimento indiretto alla formazione che si può tutt'oggi ricevere in un
buon liceo. Terzo punto: la lingua italiana ha oggi una sua capitale? La
risposta, in questo caso, è negativa. Roma, talora discussa addirittura come
capitale politica, non ha potuto o voluto essere il crogiolo in cui si fondesse
la varietà parlata di prestigio, a cui potessero guardare le mille città della
Penisola. La varietà alta dell'italiano parlato a Roma ebbe la sua grande
occasione per affermarsi in società negli anni dell'unificazione. Gli ultimi
episodi significativi di amore settentrionale per la Roma linguistica sono
molto più recenti e si devono a due scrittori illustri, Pasolini e Gadda, che
ancora negli anni Cinquanta scommettevano sulla varietà romanesca come esempio
di parlato italiano medio. Ma la scommessa è stata persa. A Roma non è bastato
essere centro del potere politico; godere tuttora di una posizione egemone
nella produzione televisiva; veicolare, attraverso fortunati attori comici,
modelli cinematografici cari al largo pubblico. Eventuali ambizioni sovramunicipali sono state troncate dalla stessa, inattesa
e imprevedibile, vitalità del dialetto plebeo: l'incapacità "della
capitale politica di essere anche una credibile capitale linguistica, nella cui
voce possa riconoscersi la maggioranza dei parlanti - ha scritto recentemente
Pietro Trifone - rappresenta un ulteriore elemento di
fragilità della coesione nazionale". Concludiamo col rapporto tra lingua e
letteratura. Per secoli la letteratura ha fatto testo anche nelle cose di
lingua: in fondo anche la decisiva svolta verso la modernizzazione si deve
proprio a uno scrittore come Alessandro Manzoni. Attualmente la letteratura non
svolge, e soprattutto non vuole svolgere nessuna funzione direttiva in termini
di norma linguistica: come ha scritto Giuseppe Antonelli nel 2006, "oggi
la sfida (disperata) è basata soprattutto sull'emulazione dei nuovi media
informatici e interattivi, e consiste nel tentare di riprodurne i tempi
forsennati, la non linearità, l'intrinseca plurivocità".
Sono semmai i giornali, a torto spesso criticati per presunti abusi
linguistici, a fornire esempi di una lingua lessicalmente
ricca e ammiccante alla tradizione letteraria, magari usufruita per la
possibilità di fornire facili controcanti ironici. Se riflettiamo a mente
libera, un dato del genere non dovrebbe "fare notizia". Il giornale
offre un ventaglio straordinariamente ampio di argomenti, trattati da
giornalisti professionisti o da esperti di diversa formazione. È solo il
secolare condizionamento letterario che ci fa pensare, per una sorta di
riflesso condizionato, che la lingua più ricercata debba trovarsi nelle pagine
della letteratura creativa. Ma i romanzi non sono serbatoi di belle parole, o
almeno non è questa la loro funzione primaria. Il fatto che la letteratura sia
stata in certo modo restituita a sé stessa, abbia cessato di essere, come è avvenuto
per secoli, la principale fonte di lingua, è un dato fisiologico. Potremmo dire
che, almeno per la lingua, siamo finalmente diventati un Paese normale.
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